Rassegna storica del Risorgimento
GORIZIA
anno
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1937
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pagina
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470
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470
Ranieri Mario Constar
tocca la delicata suscettibilità di quell'anima, senza di che non sarebbe*]' l'angusta donna sofl'ermatu per ben due ore, lieta spettatrice della scena animata e anaci vertiginosa del sottoposto parterre.
Tra le molte maschere, ve n'erano alcune, che sebbene sparpagliate e divìse, traevano per un istante l'attenzione. La camicia rossa, che indossavano, e un certo cappello con piuma ad oli larghe davano loro un aspetto bizzarro. Era un bel costume da maschera, un costume singolare, ma nulla più.
Cosi non la pensavano, come i fatti che seguirono Io dimostrano, i signori uffi* cieli di guarnigione in questa città che si trovavano in Teatro. Debbo rammentare che appartengono essi a quella medesima guarnigione, di cai Gorizia serba dolorosa memoria per oltraggio in altra occasione patito, e mai legalmente vendicato. Bendo tuttora inevase le rimostranze avanzate dal patrio Municipio in questo riguardo alle autorità competenti.
I signori ufficiali vollero ravvisarvi in quel gruppo di maschere a camicia rossa e a cappello piumato una dimostrazione politica e naturalmente in senso italiano. Quelle maschere rappresentavano i militi di Marsala, in una parola i garibaldinil O illusione o pretesto. E piuttosto questo che quella, giacché non v'era traccia che additasse il costume garibaldino. Se la camicia era rossa, non era sparata al petto dove poi erano i calzoni larghi con striscia rossa ? dove il berretto classico ? dove il fazzoletto o il foulard caratteristico di cui le cocche al petto si annodano ?
Comunque la sia, dovevano essere garibaldini ad ogni costo, e quindi fatti segno ad una sopercheria o violenza di cui non v'ha parola per fissarne il severo giudizio. Non valse a salvarli il loro tranquillo e decente contegno, non hi calma dignitosa con che il pubblico li avea accolti, e non il lungo intervallo che vi era corso, per cui ogni provvidenza tornava vana contro il fatto comprato.
È certo frattanto che, facevasi sulle undici ore incirca penetrare nella sala in piena uniforme non so quanti sergenti e caporali, che occupando vari punti, si atteggiarono subito in modo da tradire l'ostile disegno, di cui erano fatti ciechi istrumenti.
È certo che dopo aver lanciato minacciosi sguardi all'intorno, venissero olle vie di fatto, qua premendo coi gomiti le coppie danzanti a misura che girando si appressavano ad essi, qua dando con la spada il gambetto per farle cadere a terra, qua con urti e spinte, ed altre deplorabili enormezze.
È certo che il primo direttore del Teatro (era il barone Giuseppe Formentini), nell'atto stesso che volevasi interporre per reprimere cotanta intemperanza di procedimento, fosse stato vilipeso con parole, e offeso realmente nella persona (era stato slanciato verso il muro del teatro) da uno di quei sottufficiali.
È certo ancora che non guari dopo entrassero furibondi nella platea quindici o più soldati comuni, ravvolti in domino rosso che finiva alla parte superiore con due corna nere (era il costume indossato dall'ufficialità nel ballo antecedente).
Dei lazzi, dei salti, e delle sconcezze di costoro nel mezzo della sala, non è da parlarsi, rifuggendone l'animo. Chiamati all'ordine, raddoppiarono di petulanza, e in breve furono addosso ai pretesi garibaldini e alle loro danzatrici.
È certo che svillaneggiassero le une e afferrando gli altri per le braccia o per il collo finissero di cacciarli fuori della platea (a tanta gentilezza si era prestato anche il generale brigadiere barone Antonio Mollinary di Monte Pastello), ben lieti que' pochi tra gli offesi che per sopraggiunta non fosse stato loro assestato un pugno o sulla testa o sul dorso. Quale fosse lo scompiglio generale, è più facile immaginarlo che descriverlo.