Rassegna storica del Risorgimento

MACHERIONE GIUSEPPE
anno <1937>   pagina <922>
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Giorgio Burdiutzellu
quelle calunniose parole, rimanendo egli in quell'ufficio, e con nobile disdegno immantinente se ne dimise.
Ma i prodi volontari, come lava di vulcano, si precipitarono sul continente napoletano e la tirannide anche là in breve tempo fu rotta. Allora seguirono: quel tenace proposito di liberare Venezia con le armi volontarie; quel voler proclamare dal Campidoglio, e non prima di giungere al Campidoglio, l'unità italiana; quella lettera all'avvocato Brusco e quell'altra al Re, per esortarlo a circondarsi d'un nuovo Con­siglio di Ministri; quell'irrompere dell'esercito del Re nell'Umbria e nelle Marche; quel chiedere l'annessione e quel dichiarare vili e misera­bili coloro che la chiedevano ; quella frettolosa riunione del Parlamento dell'Italia superiore e l'incoraggiamento dato al Governo del Re; quel concistoro mazzinista cosmopolita di Napoli; quel pericolo di una costi­tuente in quella metropoli, e più tardi in Palermo; quell'ansia, quelle paure, quelle mene, quei dubbi, quel trionfo del gran partito nazionale, nel riuscire a raccogliere sotto unico braccio quello del Re eletto l'indirizzo del movimento nazionale, quella unica e divina abnegazione di Garibaldi, e finalmente quella conciliante e dignitosa formula del ple­biscito, che doveva contentare tutti, perchè, sanzionando l'unità poli­tica di tutte le prò vincie italiane, non accennava a predominio di alcuna sulle altre.
Or bene, se la politica del Cavour, avvalorata dalla volontà della gran maggioranza nazionale, è riuscita a salvare l'Italia da un antago­nismo fatale, vorremmo dire che abbia per ciò male o bene meritato della Patria?
Leggete la storia del 1849 e la risposta sarà facile.
Or, nel settembre del 1860 non intendeva farsi altro che una seconda edizione, con ampie aggiunte e correzioni, ma con l'istesso frontespizio, dei casi del 1849; pensare al modo di costituirci internamente, quando più occorreva far argine al nemico di fuori; suscitare la questione della capitale tra Napoli e Torino, come allora si suscitò malauguratamente tra Torino e Milano; declamare l'emancipazione di tutte le schiatte oppresse, quando importava più di stringerci in 22 milioni, per organiz­zare e disciplinare l'esercito e la flotta, onde compiere il riscatto del­l'intera nazione; tentare di sfuggire alla supremazia morale dell'idea regia-nazionale, per sognare nuove forme di reggimento, che adesso ripugnano alla coscienza universale del popolo; fantasticare il desi­derabile e non attenersi al possibile, questo avvenne nel 1849, quando la piazza la vinse sul gabinetto, quando la democrazia tralignò in dema­gogia e il movimento nazionale sviò dalle sue origini e non giunse alla