Rassegna storica del Risorgimento
CATTARO ; SAL?
anno
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1937
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pagina
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943
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I deportali della Riviera di Salò a Cattaro 943
costretta, durante il periodo della reazione austro-russa, a nominare una nuova municipalità composta di cinque persone col titolo di Sindaci che dovevano rappresentare S. M. l'Imperatore . La colonna in piazza fa dipinta in giallo e nero, così pure lo stemma sopra il corpo di guardia.J'
Gli eletti furono: Pietro Bonfamiglio, Teodoro Orio municipali, Faustino Bonlini, il conte Gio. Batt. Tracagni e Michele Nicolosi. Salò ricadeva sotto gli austriaci; tosto vi giunsero circa cinquecento uomini di truppa che poi si portarono parte verso Brescia, parte verso Desenzano. Le vendette non si fecero attendere: se alcuni cittadini poterono salvarsi riparando, con la fuga, in altri paesi, altri caddero nelle mani della polizia, accusati di supposto delitto di giacobinismo oppure rei di delitto di supposte opinioni politiche .
Ben ventitré cittadini di Salò e della riviera fra il dicembre 1799 e il luglio 1800 vennero arrestati, processati e condannati alla deportazione; e condotti a Venezia con altri condannati delle provincie cisalpine; di là, in una manzera (così chiamata perchè serviva al trasporto dei buoi) da Venezia nella Dalmazia. Con estremo supplizio caricati sulla navicella, prima vennero condotti nelle Isole dalmatiche, poi a Sebenico e quindi ancora ripartiti nelle varie sedi della deportazione.
A bordo della manzera, ai cisalpini, venne posta una catena ai piedi e così a cinque a cinque trascinati nella stiva e costretti a respirare una aria mefitica per il recente spurgo dell'urina e dello sterco de' buoi.
La maggior parte dei salodiani vennero mandati prima a Zara, poi a Petervaradino, o a Sirmio, dove soffrirono i tormenti di un carcere orrendo, trattati come volgari malfattori.
Custode della traversata dell'Adriatico fu un tal Lazzaro Fratac-chio, tenente, il quale, giunti che furono a Petervaradino fece imprigionare gli infelici deportati nelle casematte dove soffrirono ogni sorta di torture. Gli aguzzini dei carcerati, tali Botti, aiutante generale in Dalmazia, e il comandante del forte Tomiccia, nulla tralasciarono per rendere più dolorosa l'esistenza di quei martiri: pure essi non si perdettero di animo e una continua allegrezza brillava sul volto di tutti, e pur non per tanto molti soffrivano con impazienza il peso della catena. Alcuni, in qualche modo si erano tolti la catena: altri se la levavan di notte onde poter almeno per alcune ore trovar riposo.
J) GRISETTI, Memorie, cit.
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