Rassegna storica del Risorgimento

BOLOGNA ; CISALPINA (REPUBBLICA) ; CISPADANA (REPUBBLICA)
anno <1937>   pagina <1210>
immagine non disponibile

1210 Libri e periodici
Ma il Ceda giustamente ne Lia fatto il centro di mi dramma ben pia vasto ed interessante.
Com'è noto, benché l'Italia abbia esercitato su Napoleone un fascino particolare, essa tuttavia non riuscì mai a destare in lui un sentimento puro e schietto che lo indu­cesse a guidarla e a proteggerne lo sviluppo senza riserve e senza secondi fini. E quel suo oscillare continuo tra la simpatia e Io sfruttamento, aggravato dall'ingordigia e dalla disonestà dei suoi funzionari, non giovò certamente a dare allo stato italico un solido assetto e un contenuto efficace. Né seppe punto guadagnarsi l'affetto del popolo Eugenio di Beauharnais, fondamentalmente buono e dotato di buon senso, ma privo di ogni personalità e incapace di una giusta valutazione degl'interessi del paese che governava.
Caduto Napoleone, dopo le sconfitte del '14, il rancore a lungo represso per le umiliazioni sofferte e per i danni patiti potè manifestarsi uberamente, e bastò una seduta del Senato, nella quale parve per un momento che potesse ancora prevalere la parte avversa, perchè si scatenasse, irruente e sfrenato, il tumulto della piazza.
Le vicende di quei giorni tempestosi, che culminarono nel terribile eccidio del ministro delle Finanze, e ai quali segui la supina spontanea dedizione al dominio del­l'Austria, sono ricostruite dal Ceria nei più minuti particolari e con una penetrazione psicologica viva ed acuta.
Le conclusioni cui giunge il Ceria nel suo ottimo lavoro sono pienamente accettabili.
La condotta degl'Italiani nel 1814 fu senza dubbio dominata da gravi deficienze, fra cui la scarsa preparazione politica, la mancanza di concordia, e, soprattutto, la mancanza di una mente e di una mano ferme ed audaci. Ma in tutti i dolorosi avveni­menti non ebbe parte né il servilismo né la bassa soggezione. E anche se, stupiti quasi di essere liberi, gl'italiani sentirono ancora, dopo la rovina del dèspota, il bisogno del­l'altrui assistenza, ebbero però già, sin d'allora, la chiara coscienza del proprio diritto ad un posto nel mondo e la sicurezza di una prossima immancabile vittoria.
MASINO GHAVEGNA
E. HENBISCH-C NIGRO, Virginia di Castiglione La contessa della leggenda; Firenze, Bemporad, 1936-XIV, in-16, pp. 241, L. 15.
Confessiamo apertamente di aver provato una grande delusione nella lettura di questo volume, che si presenta all'esterno così ben curato e ricco di belle e nitide ripro­duzioni. Che Virginia Oldoini sia nata non il 22 marzo del 1835, come si è creduto sinora, ma precisamente due anni dopo, come testimonia il certificato di nascita sco­perto dagli AA. presso l'Ufficio delle Fedi di battesimo dell'Opera di Santa Maria del Fiore è cosa, non si nega, che può avere un certo interesse; come è anche interessante, senza dubbio, sapere ch'essa si è sposata non nel maggio del 1855, com'è opinione comune, ma nel gennaio del 1854 e rimase, perciò, a Torino, prima di partire per la Francia, non pochi mesi, ma più. di un anno, durante il quale fu possibile al Cavour di conoscerla bene e di apprezzarne le alte doti, ohe non consistevano soltanto nella sua bellezza incomparabile.
Ma tutto ciò non giustifica la necessita di un nuovo studio su questa donna singo­lare né la giustificano i famosi diari inediti, continuamente citati nel libro, da cui ci attendevamo nuove curiose rivelazioni, mentre essi non aggiungono proprio nulla a quel che già si sapeva o facilmente ri intuivo. Sono frasi, accenni, per lo più di poco conto, sempre molto vaghi e indeterminati o soprattutto estremamento prudenti per quanto ha riferimento alla politica del tempo. Siffatta prudenza, purtroppo, non guida i nostri AA., i quali procedono alla lesto, abbandonandosi alle più facili induzioni, sì da asserire, senza fondamento di sorta ma con la più disinvolta franchezza, tra l'altro.