Rassegna storica del Risorgimento

MILLE (SPEDIZIONE DEI) ; SCOTTO ACHILLE LORENZO ; GARIBALDINI
anno <1937>   pagina <1370>
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1370 Varietà, appunti e notizia
Bixio, Giuseppe Dezzu, quali stavano là osservando dalla loro destra, una Compa­gnia di Borbonici con uu pezzo da Montagna e molti Bavaresi .alla testai ohe aspet­tavano 1 momento opportuno per rientrare in Città.
Mi avvicinai a loro per sentire se che cosa doveva lare, quindi venne anche presso di noi Mario Lorenzo di Marsiglia della Nona Compagnia (ora residente a Milazzo). Il Dezzu mi richiese il facile e tirò con esso sui Regi alcuni colpi, poi ordina al Mario di passare dalla parte opposta, e questi passò liberamente. Quindi a me rivolto disse di passare anche io e che occupassi la casa di prospetto (che è dei fratelli Tamburo). Io spiccando un gran salto, passai il fosso del Bastione, in questo mentre i Borbonici mi fecero una grande scarica addosso, ma ne restai illeso; quindi raggiunsi la strada di fronte.
Mentre tentavo con il Mario di sfondare a colpi di pietra e di calcio di fucile una porta di quella casa, lo stesso signor Saverio Tainburro, il quale ci aveva veduti dalle sue finestre, ci venne ad aprire. Salimmo ed ivi trovammo il tenente Ignazio Simoni dei nostri, che aiutato dal Signor Saverio, stava tatto intento da un finestrino che guardava il Bastione, a Fucilare i Borbonici con molta maestria.
Allora dal padrone della casa mi feci insegnare di dove si poteva tirare o almeno guardare sopra il Baluardo per tirare sui nemici; mi fece salire sul tetto, ma non era quella una posizione adatta. Discesi e mi riaccostai al Simoni, ma esso era troppo occupato ad aggiustare precisi colpi sui Regi. Mi rammento che guardando il Bastione diceva: Zitti, zitti che tornano a mettere la sentinella pochi momenti dopo la senti­nella era colpita ed egli esclamava: a è fatta! Io a mia volta non avevo più cariche, ne chiesi al Tamburro che mi disse: ne ho io, e me ne diede delle sue che ne aveva in quantità.
Quando fui ben munito di cariche, mi diressi sul balcone che era sopra la porta d'ingresso per vedere la strada, poi scesi in essa, e andai a mettermi dietro a due grossi massi di forma cubica che erano sul fosso del Bastione, ponendomi al fianco di un siciliano delle Squadre.
Dopo di avere scambiato alcune fucilate con quella Compagnia di Borbonici che era sulla strada, una palla nemica, passando d'infrà le due pietre, colpì il povero siciliano proprio al cuore!... Io furente di rabbia a quella vista, e preso dalla pietà, pregai i miei compagni a volerlo soccorrere ordinando loro che lo portassero via, mentre io rimasi al posto. Quello del siciliano non fu più rimpiazzato. Intanto che avevo seguitato a far fuoco, i Borbonici indispettiti di non potermi spostare mi tirarono un colpo di cannone che la palla prese nell'angolo di un muro a me vicino. A quel colpo risposi con altre fucilate e mi ritirai da quel posto rientrando in Città, ove non trovai più alcuno dei miei. Mi diressi nelle vie più prossime per cercare della nostra gente, in cambio mi incontrai con dei popolani che mi dissero: Fratello venga con noi a mangiare . Vi andai. Non mi rammento della località, ma so che non gli feci buona compagnia, perchè ero taciturno e di mal'uniore. Mi rivolsero delle parole per distrarmi, ma li pregai a lasciarmi in pace nei mici pensieri, tacendo però loro mule scuse per il mio contegno.
Dopo non molto tornai sotto il Bastione. Io era solo. Vidi in terra due scale, l'ima dentro la porta della Città, a destra sortendo, l'altra di fuori sotto il muro del Baluardo. Pensai: se vi fossero anche non molti dei nostri vorrei dare la suolata.
Al disopra del Bastione si sentiva tma grande confusione di voci alla quale suc­cesse improvvisamente il silenzio. Stetti per molto tempo lì sotto ad aspettare gente. Finalmente mi risolai di fischiare e chiamare dei nomi di compagni; così cominciai e vedere sortir fuori qualcuno dei toscani che venivano dalla via del pomerio interno,