Rassegna storica del Risorgimento
SANTAROSA, SANTORRE DE ROSSI DI ; SISMONDI, JEAN CHARLES L?ONAR
anno
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1938
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pagina
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1331
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Lettere dì Santorre Santarosa al Sismondi 1331
vittoriosa al potere assoluto e ad ogni specie di aristocrazia, e di aver dimenticato che il popolo non era ancora democratico.
Noi paghiamo ora prosegue questo movimento accelerato che si è voluto dare alla società nel 1817 e 1818. In politica come nella guerra non bisogna forzare troppo i destini, prima di avere stabilito una sicura base d'operazione (lett. 3).
E il Sismondi, cosi vicino al suo animo e ai suoi sentimenti, nella lettera di risposta, con la quale gli indirizzava Bianca Milesi, già esule a Parigi, quale giardiniera nella vendita milanese dei carbonari, non dubitando che gli amici comuni l'avrebbero accolta come un'amica perseguitata, approvava l'affermazione dell'esule deplorando anch'egli quella guerra simultanea al potere assoluto, all'aristocrazia e al sacerdozio, da parte di quegli insensati che, preparandosi al combattimento, non avevano pensato prima di tutto ad assicurarsi il popolo delle campagne.
Ma, lottando contro la povertà, e non avendo più modo alcuno di vivere a Londra, il Santarosa decise finalmente di ritirarsi a Nottingham, dove, sotto altro falso nome, guadagnò la vita dando lezioni d'italiano e di francese. E di là, scrivendo al Sismondi per mezzo di Lady Sithwell, che Veniva a visitare l'Italia, il Santarosa confermava di essersi trasferito in quella piccola città di provincia per guadagnarsi il pane, perchè non desiderava che quello dell'esilio sapesse di sale. Inoltre gli riferiva che, vivendo a Nottingham, egli aveva imparalo a conoscere meglio gb: Inglesi e ad apprezzarne sempre più il carattere nazionale.
E il Ginevrino, nel felicitarsi con lui del coraggio con il quale aveva intrapreso il compito gravoso di dare delle lezioni, lo confortava dicendo che era veramente un grande sollievo per la coscienza quello di saper bastare a se stesso, nella favorevole come nell'avversa fortuna; di non avere, come Ministro di Stato e come capo unico di una nazione, in una crisi tanto difficile, niente fatto o omesso per timore o per interesse, e di non avere, come proscritto, privato del suo rango e della sua fortuna, niente da domandare a nessuno, se non al proprio lavoro.
Ma il disgraziato esule, nonostante che apprezzasse la felicità di vivere sotto un Governo legale, dove la libertà era solidamente garantita, aveva ogni momento presente al suo spirito e ai suo cuore il caro paese, l'Italia, silenziosa allora come una tomba, in cui, come afferma il Sismondi nella lettera di risposta, gli stranieri non vedevano che le rovine, le statue e i teatri. Egli non poteva pensare a rimanere per sempre esiliato, pur non intravedendo alcuna possibilità di rientrare con