Rassegna storica del Risorgimento
SANTAROSA, SANTORRE DE ROSSI DI ; SISMONDI, JEAN CHARLES L?ONAR
anno
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1938
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pagina
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1332
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1332 Giuseppe Calamari
dignità e onore. Questa situazione dell'animo è terribile scriveva al Sismondi ma lo è assai meno dei rimorsi. Di questi io non ne ho alcuno. Difatti, pur rimproverando a se stesso gli errori della sua breve carriera politica; rappresentandosi in venti maniere tutte le decisioni che avrebbe potuto prendere in quelle circostanze difficili, le quali avrebbero potuto portare a dei resultati meno deplorevoli, concludeva energicamente di non avere in realtà niente fatto o omesso per paura o per interesse, sebbene la sua coscienza morale risentisse delle agitazioni di quella politica (lett. 4). E proprio in questa affermazione è la più. completa giustificazione della generosa impresa, da cui la rivoluzione italiana fu validamente impostata e avviata verso il suo logico epilogo, e dinanzi alla quale si dileguano tutti ì deplorevoli errori che portarono alla prima Novara.
Intanto sperava, il Santarosa, entro cinque o sei mesi dall'ultima lettera del 20 luglio, di poter parlare con il Ginevrino di qualcuno dei suoi molti lavori, incominciati ma non mai portati a termine, riflettenti questioni di carattere politico, per la redenzione d'Italia e per la elevazione dei popoli. Ma, desideroso di perseguire il suo ideale, per- ' che quando si ha un'anima forte, conviene operare, scrivere o morire, mentre, non approvando la costituzione spagnola, demagogica e reazionaria ad un tempo, non aveva creduto di unirsi al corpo italiano combattente in Spagna, provocando ingiusti e odiosi attacchi, il 5 novembre 1824 il Santarosa si arruolò per la Grecia, cadendo 1' 8 maggio dell'anno successivo a Sfacteria, per una terra che era stata bensì grande ma che non era la .sua; non prima però d'avere incamminato l'Italia sulla via della sua redenzione, e di aver dato, primo, all'aure preannunziatoci di Alessandria il tricolore, simbolo della sua indipendenza e unità.
GIUSEPPE CALAMARI
I.
A Paris le 14 mai 1822.
Je vous écris d'une prison, Monsieur. Il vaudrait bien mieux causer avec vous dans votre tóbliotheque a Cilene. Ce n'est pas ma fante si je n'ai pu voir qu'un. moment l'écrivain vivant qui a fait le plus de bien à ma panvre patrie. Nous vivons dans nn temps où les Gou vernements libres qui n'ont à leurs ordres cent mille gardes natio-nales bien exercéeB a former et a déployer une colonne d'attaque et leur feu à deux rang, ne sont les maitre chez eux que pour le bon plaisir du Rois leur voisin. Vous devriez bien, Monsienr, nous donner la règie propre à assurer le développement et la force politique dans les états fédératifs. Il y a sana doute bcaucoup de bonheur en Suisse, et je Vai va de mes propres yeux, mais je croitaì difficilement que des hommes