Rassegna storica del Risorgimento
BIBLIOTECHE ; PIO IX
anno
<
1938
>
pagina
<
1433
>
LIBRI E PERIODICI
TULLIO URANGIA TAZZOLI, La Contea di Bormio. Voi. TV: La Storia; Bergamo Anonima Boìis, 1937, pp. XI-566. L. 30.
Con questo quarto volume, dì oltre 500 fittissime pagine, Tullio Urangia Tazzoli conclude la sua opera poderosa sul contado di Bormio, frutto di dodici anni di pazienti ricerche.
E lo studio alpino di più ampio respiro apparso sinora in Italia, condotto con unità di metodo sistematico e con indirizzo rigorosamente scientifico, il cui interesse va molto al di là. dell'angusto territorio preso in esame, perchè l'A. seguendo un saggio criterio comparativo, ha costantemente rivolto lo sguardo anche alle regioni contigue, con indagini vaste e accurate che costituiscono un materiale abbondantissimo, ben acconcio per ulteriori approfondite esplorazioni.
Lavoro pertanto, e per la pertinace costanza di cui è prova e per la copia dei risultati conseguiti, degno di lode, anche se è facile riscontrarvi alcune manchevolezze, scusabili d'altra parte in tanta laboriosa fatica, e se lo stile, non sempre sostenuto e colorito, appesantisce, talvolta, la lunga e minuta trattazione.
Poiché quest'ultima parte è dedicata unicamente al racconto delle vicende storiche, attraverso i secoli, del Bormiese e delle alte valli dell'Adda (i volumi precedenti considerano in particolare il paesaggio, l'arte e le tradizioni popolari), mette conto che ne esponiamo i punti più. significativi.
Sui primi secoli di storia bormiese l'Urangia Tazzoli non ha potuto raccogliere che scarse notizie, perchè, in vero, son prive di fondamento le molte leggende sull'origine della città e sui primi abitatori, leggende che, fondate su congetture quasi erudite divenute popolari, hanno lasciato presupporre, per molto tempo, un contenuto reale. Sotto la dominazione romana (neanche la romanità di Bormio è accertata da documenti sicuri) il piccolo centro costituì un pagus ad conventus come dominio imperiale; cristianizzandosi, si organizzò, nei riguardi della Chiesa, in Pieve, appoggiata al vescovo di Como.
Seguendo una vecchia opinione del Besta, l'Urangia Tazzoli dubita che il Bormiese abbia mai fatto parte della provincia della Rezia inferiore: esso segnò invece, secondo Ini, il confine cisalpino di fronte alle valli dell' Inn e dell'Adige, cioè la valle Engadina, la Val di Monastero e la Valle Venosta.
Dopo gli studi recenti del Solmi, del Battisti, dell' Oberziner, dell' Heuberger (questi tre ultimi non ho trovato citati nella bibliografia, del primo non è ricordato il saggio Retta prima e Retia secunda, del 1931) la questione, a mio avviso, meritava forse di essere più largamente esaminata.
Non è certo che Bormio sia caduta sotto i Longobardi all' inizio del loro regno; indiscutibilmente però ne fu dominio nei primi anni del sec. Vili, formando una curtis retta dal gastaldo che aveva le sole funzioni amministrative, mentre spettavano al Re e ai BUOI delegati la podestà civile e criminale.
Con l'affermarsi dei Franchi in Italia Bormio passò in possesso dell'imperatore Carlomagno, il quale nel 775 donò la Pieve al monastero parigino di S. Dionigi, come emporio di vie importantissime al transito ultramontano, pur restando 1 intero territorio parte integrante del Regno Italico.
H vescovo di Coirà già sulla fine del sec. XI (l'A. non sa dirci in virtù di quali speciali privilegi) aveva ottenuto sopra Bormio il diritto di gastaldia ed insieme il diritto di curia, mentre i diritti di alta giurisdizione spettavano al vescovo di Como