Rassegna storica del Risorgimento

CESENATICO ; GARIBALDI GIUSEPPE
anno <1938>   pagina <1591>
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Libri e periodici 1591
CARLO SGHIFFRER, Le origini deli'irredentismo triestino;, Istituto dello Edizioni Acca­demiche, Udine, 1937-XV, pp. 151. L. IO.
Dopo il bel libro del Marini su Domenico Rossetti, di cui già facemmo un cenno su questa Rivista, ecco un altro ampio saggio che studia uno dei periodi più discussi della storia triestina, cioè revoluzione politica del movimento nazionale attraverso i fermenti della prima metà dell'Ottocento sino al suo sboccare nella forma definitiva e unitaria dell'irredentismo.
Lo Schifirer avverte giustamente che le opere che hanno, sinora, trattato l'argo­mento, benché spesso assai pregevoli, e, comunque, utilissime agli studiosi, apparten­gono, in generale, alle due tendenze politiche in lotta tra di loro, cioè raustrofìla e la nazionale, e perciò non sono sempre immuni dà preconcetti polemici o da preoccupa­zioni agiografiche.
Egli invece si è proposto di illustrare la prima tappa del movimento nazionale triestino, dal 1813 al 1860, illuminandola della luce più. italiana del Risorgimento; cioè dimostrando che Io spirito antiaustriaco a Trieste poteva dapprima benissimo assumerò, come assunse, forme molto diverse da quelle che, più tardi, divennero il programma irredentista di unione all' Italia, perchè allora neanche in Italia, in realtà, esisteva un vero e proprio concetto unitario o, almeno, di una unità italiana nessuno, si può dire, vedeva con chiarezza le forme future.
H lavoro notevole dello Schifirer, anche se in qualche punto discutibile, merita di essere particolarmente esaminato.
Per scoprire la genesi del laborioso movimento politiconazionale triestino, che doveva sfociare poi, a suo tempo, nell'irredentismo, l'autore si rifa molto addietro, dalla Trieste del principio del Settecento.
Trieste era allora un comune italiano autonomo, vassallo della Casa d'Austria, retto da un'aristocrazia di proprietari di terre, di casa e di poche saline, con un'eco­nomia basata essenzialmente sullo sfruttamento della campagna circostante. La sua struttura sociale e politica somigliava presso a poco a quella delle cittadine rurali istriane, già municipi romani, nelle quali i cittadini italiani abitavano il centro e coltivavano le terre circostanti di loro proprietà, mentre i contadini, slavi, vivevano miseramente nei minuscoli villaggi sperduti nelle parti più remote della campagna.
Con la concessione del portofranco Trieste si trasforma a poco a poco in un grande centro urbano e in un emporio marittimo moderno di grande importanza. Lo spazio entro le mura si fa sempre più insufficiente e s'innalzano nuove costruzioni e nascono i borghi, dalle vie larghe e diritte, ove prendono dimora mercanti e funzionari venuti di fuori, elementi disparati di nazionalità varia (greci, levantini, tedeschi delle pro­vince transalpine, illirici, ebrei provenienti da Gorizia, dalle Marche, dalla Romagna) che fanno sorgere accanto alla cittadina italiana una città nuova, chiamata anche dai contemporanei la città dai molti costumi e dalle molte favelle, dove ciascuno senza tema di ridicolo può vestire le fogge più strane; ma, in vero, cosmopolita solo in appa­renza, perchè, per le necessità di ogni giorno e per le stesse relazioni commerciali, i nuovi immigrati sono costretti ad adottare la lingua del paese, sicché l'elemento bor­ghese italiano si arricchisce di sempre nuove assimilazioni. Un altro fenomeno frat­tanto si verifica su cui è necessario fermare l'attenzione: verso il centro urbano e spe­cie verso il porto, in virtù delle accresciute esigenze di mano d'opera per le operazioni mercantili;, confluiscono gli strati cittadini più umili: braccianti, giornalieri, piccoli affittuari, minimi proprietari; nelle contrade esterne scompare la piccola proprietà e le terre vengono acquistate dai patrizi e soprattutto da mercanti arricchiti e date in affitto a contadini slavi, che prendono dimora nelle contrade stosse e vi fanno sor­gere casali e villaggi nuovi, dando origine allo slavismo suburbann. Queste circostanze contribuiscono ad evitare per ora una forte corrente ùnmigratoria e a raccogliere in ritta il nucleo originario italiano; le successive immigrazioni, nel ritmo sempre