Rassegna storica del Risorgimento
CESENATICO ; GARIBALDI GIUSEPPE
anno
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1938
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pagina
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1592
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1592 Libri e periodici
cresceste dell'urbanesimo, proveniente specialmente, dopo lacaduta della Repubblica Veneta* dal Frinii e dall'Istria costiera, contrabilanceranno la prima immigrazione alava e gioveranno efficacemente a fissare per sempre il carattere nazionale del popolo triestino. Così il cosmopolitismo a Trieste si andrà sempre più riducendo a modeste proporzioni di singole colonie: sommate assieme, al tempo della Restaurazione esse non rappresenteranno neanche un quarto della popolazione urbana.
Tuttavia a Trieste, al principio dell'Ottocento, furono quasi del tutto sconosciuti i sintomi di inquietudine politica che, nelle altri parti d'Italia, preannunziano il Risorgiménto. La stessa struttura sociale della città le impedì di diventare il centro di agitazioni autonomiste. Le masse popolari, che costituivano l'autentica italianità cittadina, erano prive di coscienza nazionale ed assenti dalla vita politica; la borghesia mercantile, in gran parte forestiera, era per lo più estranea agli interessi economici italiani e la borghesia intellettuale, la sola classe da cui poteva partire qualche moto di opposizione in senso autonomistico, era priva di una vera tradizione di studi, priva di scuola, povera di vita culturale, ridotta ad un gruppo esiguo e senza influenza sulle altre classi della popolazione. Nella trasformazione economica degli ultimi anni, per giunta, era scomparsa anche l'antica classe dirigente, il patriziato, che era stato prima l'unico rappresentante politico e culturale dell'italianità.
Non fu difficile perciò al Governo Centrale, soprattutto nei primi decenni dopo il 1814, di svolgere un'azione energica e assidua per tentare di distruggere ogni tradizione e ogni legame col passato: Trieste, nell'intenzione dell'Austria, doveva diventare una creatura nuova degli ultimi venuti, un emporio cosmopolita nel quale, a mala pena, si dovesse riconoscere il fatto, diremo cosi, fisico che la maggioranza continuava a parlare italiano.
Le prime lotte contro l'Austria* le quali fanno capo a Domenico Rossetti, non hanno pertanto avuto (né potevano avere) alcun programma nazionale d'indipendenza: è un programma politico che sorge unicamente in un ambiente di provincia quasi isolato ai confini della nazione, sotto l'impressione di problemi, di bisogni, di tradizioni locali. Si chiede all'Austria il riconoscimento di diritti storici con la ricostituzione di un comune patrizio federato al resto dell'Impero, tale però da conservare il suo carattere prettamente italiano.
Pertanto (e questo ha già dimostrato molto egregiamente il Marini) il Rossetti non si può avvicinare per nulla, ancora, alle correnti liberali o rivoluzionarie del nostro Risorgimento. II ritratto tuttavia che ce ne dà l'autore, di un patrizio strettamente legato allo spirito settecentesco, refrattario ad ogni idea che potesse riconnettersi in qualche modo ai principi banditi dalla Rivoluzione francese non mi pare risponda propriamente al vero, soprattutto dopo la giustificazione data dal Marini, in alcune pagine calde e convincenti, dello speciale atteggiamento del lealismo rosscttiano.
Peraltro Io SchifErer mette in giusto rilievo l'importanza dell'attività multiforme del Rossetti in questa prima forma, sebbene ancora municipale, di opposizione al governo straniero e accosta felicemente la corrente politica nazionale, promossa dal Rossetti e continuata da Pietro Kandlcr, al movimento dei moderati italiani, per la sua natura riformista non rivoluzionaria e per la sua aderenza allo tradizioni del luogo.
La corrente liberale successiva, di cui il principale esponente fu La Favilla, un foglio settimanale pubblicato tra il 1835 e il 1846, ebbe invece carattere squisitamente 1 etternricromantico. Si proponeva di tenere il lettore al corrente della vita spirituale italiana, di diffondere l'amore e la conoscenza della letteratura e dell'arto nazionale e d'informare dei progetti italiani di riforma di ogni genero e di ogni manifestazione della rinnovato vita della Nazione. Nei riguardi dell'Austria ifavUlatori prospettavano una soluzione certo non pratica* ma che era di origine tutta italiana: di ottenere cioè l'indipendenza non con una serie di guerre, ma con uno sforzo comune e solidale di tutte le Nazioni oppresse. Essi pensavano (ed era l'ideale stesso del Mazzini) che il movimento slavo, allora agli albori, divenuto piò politicamente consapevole doveva