Rassegna storica del Risorgimento
1849-1859 ; AUSTRIA ; GIORNALISMO
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1938
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243
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Il Governo austrìaco e II Crepuscolo (1849-1859) 243
Queste parole scriveva il Tenca il 27 gennaio del 1853; il 6 di febbraio scoppiava il moto rivoluzionario a Milano: Il Crepuscolo affrontò impavido il nuovo pericolo.
IV.
Si dice che il Tenca sia sempre stato ostile ad ogni movimento insurrezionale e che abbia con serena freddezza valutato l'inefficacia di ogni nuovo ardito tentativo. Ed è coerente con la sua mentalità, con il suo carattere, con la sua vita stessa. Eppure alla vigilia della tragica giornata del 6 febbraio si sente nel Crepuscolo vibrare uno spirito nuovo di ribellione. Un sentimento più forte del freddo ragionamento dà alle parole del giornale la forza di una passione ardente e travolgente. È il bisogno di gridare liberamente a tutti il proprio tormento nel tentare di spezzare le catene. Nel gennaio del 1853 è recensito il romanzo degli schiavi della Beecker Stowe. Ma non di lontane vittime della crudele volontà del più forte sembra ci parli il collaboratore del Crepuscolo, ma che esacerbi dolori ancor vivi che non hanno tregua, che turbano l'animo suo.
Forse la conoscenza del tentativo insurrezionale che si andava preparando, esasperava la passione della libertà, e l'angosciosa previsione del tragico e vano sacrifìcio dava pure, con la coscienza dell'impotenza, l'ebbrezza del pericolo.
E invocazione, rimpianto, speranza, appassionato grido di aspirazione alla luce della libertà. *)
In questi tempi tatti i dolori che soffrivano o protestavano in fondo alla società ebbero l'istante della loro riscossa. Essi passarono tutti dinanzi agli occhi del mondo, agitando i loro cenci e mostrando le loro ferite. La lotta fa acerba, la vittoria fu per un istante in mano di quelli che sorgevano a reclamare una lunga giustizia negata; ma dopo molte incertezze e dopo molti errori essa sfuggì loro di mano e i vinti ritornarono ad essere i vinti. Questa lotta lasciò un profondo turbamento negli animi. Bastò che il dolore cessasse dallo stendere la mano umile e supplicante e sorgesse a chiedere la sua riparazione come una giustizia dovutagli, perchè, nella mente di molti, il dolore non avesse pio diritto alla pietà. Le paure avvenire turbarono in molte intelligenze il senso della giustizia, le paure passate ispirarono ad esse ostinati rancori ed inesorabili vendette. per non accordare un pretesto od una promessa a novelli richiami si negò, a furia di sofismi che i poveri avessero fame, e che i popoli più antichi del mondo fossero popoli. Si teorizzò la vittoria e la forza, si disse che chi godeva di un'ingiustizia aveva il diritto
>) Il Barbiera dice che l'articolo è di E. Visconti-Venosta che tanto fece per impedire l'improvviso moto del 6 febbraio. Vedi II Salotto della Contessa Maffei, p. 145, Milano, Treves, 1925.