Rassegna storica del Risorgimento

MARCHINI GIOVANNI
anno <1938>   pagina <267>
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Giacomo Marchini
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Durante questo frattempo e propriamente una notte del 1853- mentre i Croati circondavano il Collegio per farvi una perquisizione, il Marchiai, per non compro­mettere con sé gli amici, ingoiò il congedo militare lasciatogli dopo Novara.
A Varese attese a nutrire di spiriti liberali e d'amor di patria la gioventù e, quando nel 1859 ritenne che il sogno di nostra redenzione fosse vicino, accorse a par­tecipare alle lotte della sua città, inimicandosi il partito retrivo con lo scrivere nell'jEco di Crema. Invitato poi ad insegnare nelle classi di umanità della sua patria trovò opposizione nel partito politico a lui contrario il quale riusci a far votare Una legge che impediva di insegnare a chi non aveva una regolare patente.
Il Marchini, che non aveva potuto compiere gli studi universitari perchè reo d'aver letto le poesie del Berchet, dovette sottostare alla legge tirannica e andar­sene da Crema. Se ne venne a Milano ove trovò clima migliore. Fu nel 1861 assunto quel ripetitore nel Collegio Longone ed ebbe cosi modo di entrar nelle grazie del Gabelli che del Collegio fu rettore, e di farsi apprezzare dal Maffei, dal Maspero, dal Marenco, dal Baravalle, ecc..
Tutti riconobbero in lui un amico sincero, uno scrittore di gusto. Ciò'che lo rendeva meraviglioso a quanti lo conoscevano, scrive il Gabelli, era il trovare accoppiata in lui a una mente perspicacissima un'anima di ingenuità e di candore, simile a quella di un fanciullo; era una spontanea e ingenita sincerità, onde anche a chi gli avesse par­lato per la prima volta, pareva vedergli in fondo al cuore come si vede in uno spec­chio:; era quell'assenza istintiva d'ogni diffidenza, d'ogni sospetto, d'ogni sentimento men che benevolo e gentile che gli veniva da una profonda rettitudine innata, per cui credeva sempre gli altri, quale sentiva se stesso; un tesoro insomma di bontà virginea, pel Quale, indovinando la vita colla sagacia del pensiero, pareva ignorarla di continuo colVanimo, e passava in mezzo a esperienze che non risparmiano alcuno, serbandosi qual era nato.
A Milano questo povero reduce di Novara visse facendo l'insegnante al Collegio Longone e quindi al Collegio CalchiTaeggi, ove conobbe Emilio De Marchi, e quivi rimase fino alla fine della vita chiusasi, lontano dalle miserie della scuola, a Brescia il 15 agosto 1885.
H Marchini fu un poeta che seppe avvicinarsi alla vita comune, un nobile patriotta, uno scrittore purgato che non fece ostentazione di sé e che non ebbe alcuna ambizione, a Al Gozzi, dice bene il De Marchi, somiglia assai nelle lettere confiden-zi,ali... del Gozzi non avrà il lucicchio delle immagini e non sempre Vaccademica esat­tezza, ma ha il profondo senso della vita reale, Vabilità nel dir bene delle cose vere senza cadere nella minima volgarità .
Aveva il Marchini tutte le doti d'ingegno per salire ad alti posti, onde a ragione il Gabelli, dedicandogli, dopo la. morte* il libro de' suoi Pensieri, lo apostrofava con queste parole di malinconia, quasi rimordente amarezza: Pòvero Marchini! Inse­gnavi grammatica latina ai fanciulli, e avresti potuto insegnare buon senso e carità agli Uomini, cose più Utili e meno note
Nel teatro del mondo, in cui la folla fa ressa affannosamente alla porta per acca­parrarsi il posto, tu ingenuo eri ntrato, pieno di riguardi, aspettandolo dalla conve­nienza degli, altri ; ma gli altri non ebbero uno sguardo per Itti ed egli passò, come visse, quasi completamente ignorato, e nell'oblio lo avremmo lasciato anche noi se il rapporto pubblicato dai Lennoyari non ce l'avesse richiamato alla memoria.
ANGELO OTTOUN*