Rassegna storica del Risorgimento
CORBOLI BUSSI GIOVANNI ; SCLOPIS FEDERICO
anno
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1938
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pagina
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271
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LIBRI E PERIODICI
REMIGIO MARINI, Domenico Rossetti; Trieste, Borsatti, 1937, pp. 162. L. 6.
Ha fatto assai bene FA. a ripubblicare in apposito volume questo ottimo saggio, succoso e vivo, già apparso lo scorso anno in due puntate della Rivista triestina: Porto Orientale.
È noto, che, con maggiore o minore consentimento, critici antichi e recenti concordano nell'alterni are, o almeno, nell* accettare come indiscusso che Domenico Rossetti consolidò la coesione morale e spirituale, sociale ed economica, della sua gloriosa città e la difese ostinatamente, con ogni mezzo, dalla forza schiacciante dell'Impero, Ma incominciano le riserve, le sconfessioni, i biasimi quando si tratta di giudicare nel suo giusto valore la sua opera di riformatore e ricostruttore municipale e politico. II Rossetta, si è detto, e si ripete ancor oggi, era imbevuto di diritto medioevale e feudale; an illiberale e antidemocratico, si vantò patrizio per tutta la vita e propugnò costantemente un Consiglio formato di elementi unicamente aristocratici.
Con la scorta di una sicura documentazione il Marini rivendica ora, e giustamente, l'italianità pura del Rossetti, dimostrando che non fu mai per nulla, come generalmente si suol credere, un aristocratico gonfio di sussiego e di vento . Seguace della scuola giuseppina. ammetteva la sovranità*opolare e l'eguaglianza civile; condannava i privilegi, il diritto di sangue, la casta. Nobile soltanto da due generazioni, non riconosceva altri meriti e altro valore che l'attività individuale. La sua schiatta era una famiglia di mercanti; il suo orgoglio era di appartenere a una gente che aveva lavorato nel fondaco e sulle rive dei porti: nato nel porto franco, il porto franco voleva parte integrante e necessaria e ragione essenziale di vita della sua città natale.
Ma alla direzione municipale non volle i borghesi, i mercanti, gli industriali, perchè rappresentavano allora solo un'accozzaglia eterogenea e straniera, priva di lumi, di convinzioni, di fedo; alla quale non sarebbe stato possibile affidare la grave soma di una tradizione secolare di un municipio di un intemerato spirito italiano e di un emporio di importanza europea.
Il patriziato invece era la parte eletta della città italiana, l'unica su cui egli potesse veramente contare: debole ancora, si, di cultura e con poche risorse finanziarie, conservava tuttavia, per istinto, l'attitudine direttiva e la consuetudine del senso politico e della pubblica amministrazione. La lotta del Rossetti per il ripristino del Consiglio dei Patrizi fu dunque un mezzo, non un fine; non lo interessavano l'aristocrazia, la nobiltà, il patriziato in sé e per sé, ma gli stava a cuore invece rinsaldare e difendere ad ogni costo l'italianità triestina, e perciò si oppose senza tregua alla formazione d'un Consiglio egualitario che avrebbe a mano a mano cancellato in Trieste ogni aspirazione e ogni organizzazione anticentralista, autonomista, nazionale.
E quando nel 1839. con la promulgazione del nuovo Statuto della città adriatica, l'imperatore Ferdinando riuscì finalmente ad imporre un Consìglio cosmopolita, nel cui seno erano accolti cittadini di ogni ceto e di ogni nazionalità, il Rossetti non ebbe gran che a dolersi: ormai l'essenziale era raggiunto, perchè hi cultura italiana in 25 anni aveva cosi profondamente affondate le radici nell'anima di Trieste unificata che mai nessuno avrebbe sperato piti di strapparle o di sopprimerle.
Naturalmente, per giudicare, con serena coscienza, dell'opera del Rossetti conviene considerare il tempo* in cuti égli visse: è vano perciò chiedersi perchè non abbia spinto la sua città a rivolte armate contro l'oppressore ò non abbia tentato almeno, in qualche modo, di organare un violento distacco dall'Austria. L'irridentìsmo a Trieste allora non era nato né poteva àncora nascere. La posizione del Rossetti di fronte all'Austria