Rassegna storica del Risorgimento

DE LIETO (FAMIGLIA)
anno <1938>   pagina <342>
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3*2 G. Morabuo De Stefano
A S. E. il Marchese Dragoncttì
Roma, li 27 aprile 1848.
Eccellenza, dopo quanto ebbi l'onore di rassegnarle sotto la data 22 cadente mese, mi reco a dovere di portare alla sua conoscenza quanto altro mi sembra che possa interessarla.
Né la Toscana, né il Piemonte hanno ancora mandati i loro inviati al proget­tato Congresso per la Lega italiana. Il Re di Piemonte ha manifestata la sua opinione non doversi occupare di tale Congresso se non dopo terminata la guerra. Ed è certo che, malgrado le reiterate istanze di mandare i suoi plenipotenziari a Roma, probabilmente non farà venire nessuno.
Ciò che interessava in Italia era una lega di fatto. Questa lega di fatto che avrebbe dovuto essere ispirata dalla brama di redimere la patria italiana, venne biasimevol-mente trascurata, insino a che diversi Governi, se non per effetto di principio, certo per loro interesse materiale, spedirono i loro rispettivi contingenti sul teatro della guerra. Ripeto l'espressione interesse materiale perchè non credo ciecamente nella virtù del Re Carlo Alberto. Credo però che, quando le vittorie lombarde, invece d'essere il fatto della sola armata di Sardegna, si ottengono col concorso ancora delle truppe nostre, di quelle del Papa e di quelle di Toscana, credo, ripeto, che la Lombardia non cadrà sotto la dominazione piemontese, e che una gara di disinteresse farà che ninno si fidi di spiegare ambizioni contrarie allo spirito dei tempi ed alla decisa volontà dei popoli.
Fin qui per ciò che riguarda la lega di fatto. Vi è però la lega di principi che mira a stabilire le basi della progettata Dieta federale. Prima della riunione dei diversi Parlamenti italiani, il progetto della Dieta poteva giustificare il fatto del Congresso. Ma tostochè questo Congresso non può aver luogo per ora , e che le Camere legisla­tive sono imminenti ad aprirsi, io considero che il regolare è di lasciare questo delicato affare al giudizio del Parlamento. Sono quindi di parere che, tanto per non usurpare i diritti della legislativa, quanto per non incorrere spese che, fatte senza nessuno scopo hanno dell* inesplicabile, il Real Governo sia in dovere o di richiamare tutti i Pleni­potenziari da Roma, ovvero lasciarne uno solo, ed abbandonare una volta tutti quegli apparati, che, invece d'imprimere rispetto ed ammirazione, provocano il ridicolo e la caricatura.
Ritornando all'interesse materiale dei diversi Governi d'Italia, mi resta a rasse­gnarle che, sotto questa stessa data, ho scritto al Sig. Ten. Generale Guglielmo Pepe, Comandante le nostre forze nello Stato Veneto, per prevenirlo d'una sorda macchina­zione che vorrebbe aggregare la Lombardia al Piemonte. La quale macchinazione deve interessare l'alta mente di V. E. anche perchè i principali fautori pare che ne siano i Mazziniani. E gl'inviati lombardi, che si trovano in Roma, mi assicurano che non si ha in Lombardia il coraggio di contrariare ancora siffatte mene, dubitando quei popoli di vedersi abbandonati dall'aiuto del Piemonte. Ed era precisamente nello interesse della Lombardia e per la sua indipendenza, che io, come lo rassegnava di sopra, ho scritto al prelodato Signor Ten. Generale Pepe.
M'occorre ora di parlare a V. E. sulla vertenza siciliana.
I deputati della Sicilia che qui si trovano, avran (forse domani) la chiesta udienza
dal Sovrano Pontefice. Essi arati presentati dal Padre Ventura, inviato dalla Sicilia
presso la S. Sede. Nessuna ricognizione è stata ancor fatta dalla Sicilia da parte del
Pontefice. Sono però numerose le insistenze che si fanno a quest'oggetto, ed io credo