Rassegna storica del Risorgimento

VITA
anno <1938>   pagina <398>
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398 Antonino Gioia
Quel colpo di cannone, aggiustato da un vitese e tirato da un trapanese, mutò le sorti della battaglia e fu l'inizio della vittoria che ricopri di gloria immortale gli eroici Garibaldini. *)
Avvenuta la battaglia e quando ancora si udivano gli ultimi colpi di fucileria i migliori cittadini di Vita accorsero sul luogo del combattimento e favorirono come poterono Garibaldi e i suoi volon­tari. Tra questi cittadini è degno di essere ricordato il dottor Gaspare Scaduto giovane di provato patriottismo che nel 1848 aveva fatto le prime armi in Lombardia.
Intuì costui che l'opera sua sanitaria sarebbe stata utile e neces­saria e senza indugi con senso di alto patriottismo ed umanità con altri generosi accorse al campo per portarvi i primi soccorsi e medicare i feriti lasciando partoriente la moglie donna Gaetana Romano.
Quando poi i feriti furono trasportati a Vita, dove fu istituito l'Ospedale militare sotto la direzione del dottor Ripari egli si unì agli altri sanitari nel prodigare cure ed assistenza.
Nell'ospedale di Vita che fu impiantato nella chiesa e nel con­vento di S. Francesco vennero ricoverati, secondo lo storico Marini, ottanta feriti e secondo il prof, dottor Lampiasi, citato dallo storico La Colla, sessanta. In un primo tempo essi furono affidati al dottor Pietro Ripari, capo medico dell'Ambulanza dei Mille, ma obbligato dal Garibaldi a seguirlo insieme agli altri sanitari, la cura degli ammalati venne affidata al dottor prof. Lampiasi il quale fu coadiuvato dal nostro dott. Scaduto e da altri sanitari. Come scrive il citato storico La Colla.
I feriti in Vita furono curati con grande amore e premura non soltanto per l'assistenza dei valorosi sanitari ma per la generosità dei cittadini che furono larghi di aiuti materiali e per l'opera delle donne le quali con entusiasmo prepararono sfilacce, apprestarono tela per le bende e lavarono panni insanguinati. Per la cura dei feriti il Comune di Vita spese onze 150 e più, come si legge nella delibera­zione del Decurio nato 17 giugno 1860, e 150 onze avevano a quei
*) Questo episodio mi o stato narrato da alcuni vecchi vitesi tuttora viventi che furono contemporanei allo Spanò e confermato dall'omonimo Isidoro Spanò, il quale lo aveva inteso narrare tante volte da suo nonno che ne fu il protagonista. A dimostrare l'attendibilità e la verità di quanto ho narrato e sufficiente la conside­ratone che lo Stato Maggiore garibaldino non era fornito di carte topografiche e che in mancanza di queste soltanto un paesano era il piti idoneo a designare e indi­care la via e il sito di appostamento di quel pezzo di artiglieria.