Rassegna storica del Risorgimento
MINGHETTI MARCO
anno
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1938
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pagina
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606
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606 Achille Morsa
morale. Il 5 agosto egli si trova a Milano nel seguito del Re, quasi assediato in palazzo Greppi, a sfidare la furia della plebaglia tumultuante che ardisce puntare i fucili contro il petto dello stesso Re, né manca di esporre la vita per la salvezza di lui.
Firmato l'armistizio del generale Salasco (9 agosto), il Minghetti ottiene un temporaneo congedo. Finita così miseramente la campagna che si era annunziata con le più liete speranze, egli lascia non senza rimpianto il Quartier Generale e fa ritorno a Bologna.
Pochi giorni appresso scriveva al fidò Pasolini una lettera piena di amarezza e di sconforto: conosciute ormai, e già innanzi la disfatta, le deficienze dell'esercito piemontese, egli fidava poco nella ripresa della guerra. Vedeva la triste piega ormai presa dagli avvenimenti: il trionfo della demagogia e dell'impostura, l'insano schiamazzo dei politicanti e degli strateghi da caffè e la reazione addensarsi minacciosa sull'orizzonte europeo.
... E il popolo? egli si chiedeva. Il popolo in Italia non esiste ancora. Voglio dire politicamente; il sentimento di nazionalità non è che nelle classi colte; i più sono indifferenti ed accettano la dominazione straniera, purché loro frutti la quiete, fosse anche quella dei sepolcri.
Pure torna a sua lode il non aver disperato e l'aver anzi continuato a riaffermare in mezzo al generale traviamento le sue idee di ordine e di moderazione. Sono della stessa lettera le seguenti parole:
Non per ciò dispero dell'avvenire della causa Italiana: essa è troppo santa per essere abbandonata dalla Provvidenza, e se gli errori passati ci ammaestreranno, riprenderemo fra pochi anni con più vigore e concordia la nobile impresa. Questi eventi anche se sventurati gittano tali semi nella nazione, che col tempo non potranno mancare di fruttificare.