Rassegna storica del Risorgimento
COLLETTA PIETRO
anno
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1938
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pagina
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800
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800 Gennaro Maria Monti
figliastro. proprio da questo ultimo, in una letterina a Nicola Colletta, aggiunta a una di Pietro dell'8 novembre, sappiamo le prime notizie Bulla loto vita morava:
Mio carissimo zio Cocola,
Noi godiamo perfetta salate... Non abbiamo qui alcun divertimento: quas tutta la giornata la passiamo perciò a studiare: io con Papà facendo lezione di Geometria e Calcolo, con un altro Maestro studio il tedesco, per esercizio parliamo in famiglia il francese, e giornalmente scrivo l'italiano per impararlo. Questa vita per un anno si potrà soffrire perchè utile, ma più a lungo sarebbe tormentosa. Vi bacio le mani, e mi dico. Vostro, aff.mo nipote.
Federico.
altre ne sappiamo un anno dopo, in una lettera del 16 settembre 1822 del Nostro:
... Ho affittata qui altra casa, ove passerò al 1, Novembre: quella che ancori abito è in un cortile, nemica al sole in tutto l'anno, perciò umida e fredda, non ho voluto passarvi un altro inverno. La nuova è bene esposta; non più cara di questa; più piccola, sed apta nobis. Par che la nostra assenza non sia cosi breve come in Napoli innanzi di partire si diceva, e per fin da' Ministri. Rassegniamoci dunque al nostro destino, facciamo la volontà del Re e di Dio con filosofica costanza. *)
Notevolissimo, invece, a proposito dello stato di animo del Colletta esule a Brunn, è il seguente profilo morale che di sé stesso egli traccia il 29 aprile 1822:
In mille modi, or tu mio caro Cocola, or gli altri della famiglia, m* insinuate rassegnazione alla mia disgrazia. E come più rassegnato di quel che sono? Non esce sospiro dal mio labbro; le mie lettere contengono articoli sempre sereni, spesso giocosi, non mai lamentevoli: se fossero le mie sorti cento volte peggiori, non perciò cambierei di stile. Ho avuto sempre infortuni (che che ne dica la mia Orsolina, che misurava un tempo la felicità co1 ricami e le Eccellenze); non è felice chi ha virtù cittadine e famigliari, o si adira per una cattiva legge, o piange per il più piccolo morbo della madre, della moglie o del figlio: è felice chi sol di sé prende cura, e la fortuna seconda il suo egoismo. Perciò, carissimi miei, a che mi varrebbero tante passato sciagure, se non avessi imparato a sopportarle? Nulla vi ha di male in Brunn se non V idea della pena; e questa stessa è raddolcita dalla coscienza. In quanto poi alla reità che potrebbe supponine la causa, grazie siano rese ali*immobilità della storia, nono da alcuno creduta: quegli stessi che in Napoli la stnn predicando non la credono; son come i venditori di segreti, ohe ridono otto 0 muso degli empiostri che spacciano.
Sei dunque felice, or vorrete dirmi. Nemmeno. E ohe son dunque ? Tanto felice, tanto infelice quanto lo era nelle cariche, quanto lo fui in Sicilia da Luogotenente, ecc. ecc.: diversi mali, diversi beni; ma bilanciandoli dello stesso peso. Sarò un tempo meno
Cfr. ora, in parte C G. n LXV.