Rassegna storica del Risorgimento

COLLETTA PIETRO
anno <1938>   pagina <957>
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L'esilio di Pietro Colletta nella sua corrispondenza, ecc. 957
E voi mi consiglicreste a mei termi tra loro ? Non vedete che i destini miei sono finiti come di nomo estinto? Dieci anni, tre Re, tanti avvenimenti, tante nuove cose; speranze di coscienza nel re Ferdinando, speranze di servizi e di memorie nel re Fran­cesco; speranze di cuor giovane e buono nel 2 Ferdinando: Canosa lontano. Medici morto ; gli altri ministri de* tempi miei o morti, o ritirati; io moribondo ed incapace agi* impieghi ed alle ambizioni. E frattanto la mia sventura immobile come scritta dal fato. Nulla otterrebbero le ragioni, nulla le suppliche.
Ma ottenessero, come potrei fare il viaggio di Napoli?... io sono come un moribondo, al quale rimangono alcune settimane, o pochi mesi di vita...
Ma supponghiamo che impiegando quattro mesi al viaggio;... che impiegando il prezzo della padule a carrozza o locanda, io giunga in Napoli, quante altre calamità dovrei tollerare, o aspettarmi in ogni giorno ? Credete Voi che gli eterni miei nemici, da me non conosciuti, non volessero perseguitare queste ossa più da sepolcro che da vita? Dove mi asconderei dalle trame loro? Due Napolitani, per cosi dire, stavano a Firenze, e due mi tradirono: che sarebbe trovarsi fra 7 milioni di questa razza? Perciò, fratelli e sorelle carissime, il mio destino è chiaro: la pochissima vita che mi resta stentarla fuori della mia patria, lontano da Voi; e deporre le mie ceneri dentro fossa straniera. Non parliamo più di tali cose; obbediamo a' destini... -)
La quale lettela si incontrò con altra dei familiari, che assai lo commosse per il loro affetto, tanto da fargli scrivere, V 8 aprile, con effusione di cui poche volte egli diede prova nel suo carteggio:
Fratelli cari, e cara Isabella, cara Luisa, carissimi tutti.
Le vostre lettere del 2 corr. mi han fatto versare lagrime di tenerezza, non il mio stato, e però Iddio non vuole che io muoia tra Voi... Diamoci animo; Iddio darà le forze a me di soffrire, a Voi di tollerare fin la mia morte lontana. In quanto alla mia dimora in Toscana, ormai non dubito che potrò tornare all'antica tranquillità...2)
Ma appunto le speranze che i familiari riponevano nella clemenza di Ferdinando II il quale nel 1834 permetterà il ritorno in patria del Poerio e nel 1836 quello di Gabriele Pepe spingono il Nostro a tentare presso il Borbone per ottenere lo stipendio. E proprio di questo egli scrive il 4 giugno 1831, in una lettera piena di dignità:
Passo ad affare più grave. Quando mi fu intimato l'esilio da Firenze, Voi tutti mi dimandaste la permissione di agire, a nome della famiglia, per ottenere il rimpa-triamento: e mi dicevate di sperarlo sopra buoni argomenti. Voi dunque vi sentite in gambe ed io vi domando se voghamo farne pruove per giustizia di tanto minor peso del ritorno. Io vorrei chiedere a S. M. il terzo del soldo, con lettera scritta da me, di mio pugno: Voi, famiglia, dovreste secondare tal dimanda con altre suppliche, se volete, e con tutti i mozzi che avete in animo. Ma prima di dar nessun passo ed io e voi, desi* dero e pretendo che facciate buono esame di coscienza, per misurar al giusto quanto potete, quanto sperate: non lo fate da giuocatori di lotto, che credono ahVcabale, a' sogni, alle illusioni: se le speranze non sono fondato, io mi rimango nel consueto
1) Cfr. ora C. C, n. DXVI. t) Cfr. ora C. C, n. DXVH.