Rassegna storica del Risorgimento
TOMMASEO NICCOL? ; MOLISE
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1938
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pagina
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Achille De Rubertis
di scienza e d'arte, di natura e di Grazia, di bellezza ed onestà , e da ultimo d'educazione , che viene a essere il meno, se non si spieghi, dell* infondere in altri e diffondere per via dell'educazione i beni accennati. E similmente leggendo quella Grazia eh è nunzia di benedizione, di pace e di conforto, altri potrebbe notare che conforto è meno di pace e di benedizione e che la Grazia è assai più che nunzia.
EHa che bada alla proprietà del dire, ci badi anche più. Non so se finir la vita col sepolcro sia più proprio che nel sepolcro; non so se dicendo la famiglia e la società erano per Ini nomi adorati , tutti possano intendere la santità e la soavità de* vincoli sociali; e se nomi adorati non sia modo ormai logoro e profanato da chi ne. abusa. Non so se dove Ella dice: Persona che pareva mandasse fuori qualche lampo dell'anima nascosasi dentro, e ne rilevasse la virtù sia errore di stampa; ma, se rilevare le virtù non è chiaro, rivelarle è anch'esso troppo abusato oggidì.
Queste minuziose osservazioni, la stima è che le detta al suo
[Tommaseo],
È notevole che il Tommaseo trascurasse di parlare del primo scritto leopardiano, quantunque sia da credere che consentisse in molte delle idee espresse dal Fruscella: evitava di più occuparsi del poeta di Recanati; il che fa supporre che non rispondesse neppure alla lettera del 30 novembre 1865-.1)
Nel tempo in cui ferveva la questione della lingua, anche il tosca-neggiante Molisano aveva voluto dir la sua, in favore del toscano come lingua nazionale. Dopo un breve saggio, che Pietro Fanfara, cui era stato comunicato per un parere, inseri nel suo Borghini dell'ottobre 1865,
*) Solo il 5 dicembre 1867 trovo ch'egli, scrivendo ad Antonio De Nino, riprese la discussione sul Leopardi. Dopo aver sentenziato: Fuori del vero non ci pud esser bello; e chi fece nelle illusioni consistere la felicità e la poesia, non era né filosofo né poeta; affermando che ogni cosa è inganno, e cosi tentando dileguare l'inganno, era insieme prosaico e assurdo e spietato; e ancora: Compiacersi nel falso, conosciuto o sospettato per falso, è, più che malizia, mania ; continuava: Una specie di mania è l'assunto del povero Leopardi, che invidia le illusioni degli nomini, e poi canta e ragiona per dileguarle, e insegnare ad essi che la natura è matrigna, e concludere con la confessione ch'egli odia gli uomini, confessione moro-lissmia e generosa... Non è affetto vero nel Leopardi né degli uomini né della natura... La stillata e languida e fredda bestemmia [di lui] non poteva trovare ammiratori che in una nazione infiacchita da ozii lunghissimi; e stupiranno dì tale ammirazione, corno di cosa incomprensibile, i posteti . Finiva col dire che . l'eleganza del Leopardi è qualcosa di sovrapposto, una impiallacciaturn; che in quel pò di latino che aveva letto di lui ai desidera l'eleganza; e che le sue lettere in italiano hanno non solo negligenza di stile, ma gallicismi e improprietà, quasi incredibili in lui che curava tanto la proprietà del dire negli scritti destinati alla stampa .
Notevole e strano qui 6 pure che il Tommaseo non sia riuscito a perdonare al povero poeta la disgrazia della gibbosità. . Dall'armarsi , egli dice, della propria deformità per imprecare alla terra ed al cielo* non può in alcun modo venire bellezza vera . BUONO MOSCA, Lettere di Niccolò Tommaseo ad Antonio De Nino, in Scuola e Cultura (Annali della Istruzione Media), a. XII, fase. IV-V, luglio-ottobre 1936, pp. 339 segg.