Rassegna storica del Risorgimento
TOMMASEO NICCOL? ; MOLISE
anno
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1938
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pagina
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973
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Niccolò Tommaseo nelle sue relazioni, ecc. 973
pubblicò nel 1868, avendone già fatto lettura alla Società letteraria giovanile del Sannio, un discorso, La lingua e Vltalia. H primo dei due scritti fa inviato al Tommaseo con la lettera del 30 novembre 1865 e forse passò inosservato. Ma il 22 ottobre 1868 il Fruscella mandò al tanto sereno e candido e amabile ed originale scrittore anche il secondo, pregandolo con tutta l'anima di dargliene schietto e amorevole giudizio. Perdonasse alla sua giovinezza qualche scappatella che ci trovasse. E non facesse il viso dell'arme alle frasi libertà di pensiero e libero pensiero, Io tengo, aggiungeva, che ogni libertà la dobbiamo a Cristo, e preziosissima fra tutte, precorrente a tutte necessaria per tutti la libertà del pensiero. H mio pensiero, non che libero, diviene ardito per Gesù Cristo. L'UomoDio è la verità, come dissi nel mio dialogo Giacomo Leopardi o il dubbio ammazza: or il pensiero non sarebbe, se Egli non fosse .
Nel suo discorso troverebbe dottrine professate da lui e dagli altri pochi che erano della vera scuola italiana: dottrine che si era proposto diffondere in quei luoghi, studiandosi di difenderle con le buone ragioni che offre la buona causa.
Ecco pertanto la risposta del Tommaseo:
Preg. Signore
Le parole del suo discorso, <c mettiamoci bene nel cuore questa verità , poste in atto, sciorrebbero e la questione della lingua e altre molte. A queste io reco l'altra sentenza di Lei, che alla vita della nazione l'unità della lingua importa principalmente, dopo l'unità della fede, purché la fede sia cosa non di memoria e di cerimonia ma di coscienza e di cuore. Scrìvere come si parla, vuol dire insomma scrivere come si sente; ma a ciò non basta che i suoni sian que' medesimi; conformi voglion essere i sensi e i sentimenti, ancora più. che le idee. Chi, scrivendo, deve tradurre d'uno in altro linguaggio l'intimo suo pensiero, non andrà così franco; e la perplessità della mente e l'esitazione della lingua, quand'anco non nuocessero alla sincerità, all'opinione della sincerità detrarranno. Ma risicano di nuocerle veramente, inquan-tochè cercando le parole, e non sempre trovando sull'atto le meglio appropriato, non si potrà esprimere per l'appunto il concetto che si ha, e molto meno l'affetto in quel grado, né meno ne più, che si sente. Qual' è l'idioma più fucile, o men difficile, a essere inteso da tutti i parlanti in Italia diversi idiomi? Men difficile, dico; perchè e* è una parte di lingua toscana che tutti i Toscani non intendono per intero. Non bisogna dunque nò foggiarsi ideali impossibili; né, se il tutto è impossibile, disperare di tutto.. Se la lingua della nazione non è tutta intera ne' libri, non è tutta intera neanco in Toscana né fuori; ma qui ce n' Ò più, e più comune, e più possibile a farsi comune non senza comune decoro. Anche altrove si porla italiano; ma I* italiano da mettere in carte, a raccoglierlo ciascuno dal proprio idioma, farebbe fatica inutile, dura, e morrebbe badando tuttavia a formarsi la lingua innanzi d'apprendere a scriverla; o scriverebbe un gergo suo, raffazzonato ad arbitrio, povero, disadorno. A proposito EUa ci reca l'imagine de* rigagnoli: che delle acque