Rassegna storica del Risorgimento
GIOBERTI VINCENZO
anno
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1939
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pagina
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144
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144
Tomaso Fmr.Qsmù
Nuovo dolore per il Gioberti costretto ad abbandonare il proposito di rientrare in patria: Oh, Italia, Italia! scriveva all'abate Claudio Dal mazzo a Torino : Io sperava di vederla, e questo pensiero mi rincorava, mi ringiovaniva alquanto, ora ogni fiducia, è spenta.... E riferendo in brevi termini la spiacevole faccenda di Pisa, al cui esito riteneva non estranee alte e malevole ingerenze piemontesi, continuava: Ora la cosa è andata affatto in fumo, e a dirti il vero non mi dispiace, perchè la mia salute sarebbe troppo indebolita da potersi addossare quel carico. Ma se mi lasciavano andare in Toscana... io starei probabilmente meglio: poiché lo sconcerto della mia sanità dipende in gran parte dalle condizioni del mio vivere in Brusselle. Ho inteso dire che costì correva voce che io avrei fatto una scorsa in Piemonte. Fammi il piacere di spargere che non ho quest'intenzione. Dopo l'affare di Pisa..., io non metterei più il piede in Piemonte, ancorché mi coprissero tutto d'oro o d'argento come lina pillola di speziale.... *1 E lo sdegnoso rammarico persisteva in lui ancor quando, in riconoscimento dei meriti dello scrittore del Primato, gli veniva decretata a Torino una regia pensione, che egli riversava a favore della Piccola Casa della Provvidenza fondata da Don Giuseppe Cottolengo; e persisteva in lui ancor quando l'ottimo presule della diocesi di Asti, monsignor Filippo Artico, lo invitava, per l'intermediario Silvio Pellico, a tornare in Piemonte, offrendogli ospitale albergo nel suo' episcopio ed eziandio una cattedra nel seminario vescovile, e mantenimento d'ogni cosa.
Il Gioberti recusava l'offerta, e frattanto sopravveniva quel periodo di rivoluzione ideale particolarmente italiana, nella quale il nome del filosofo esiliato primeggiava. Al Primato morale e civile degli Italiani aggiungevasi quasi suo corollario e complemento il libro di Cesare Balbo, le Speranze d'Italia; e attorno ai due ecco fermentare, dall'Alpi al Tirreno, il germe fecondo di una opinione nazionale, fra consensi e critiche, plausi e dibattiti innumeri, onde Vincenzo Salvagnoli, pieno di diffidenza per il federalismo papofilo del Gioberti, nonché nemico tale dicevasi del conte Balbo (infatti l'empolese non era ancora amico ai due torinesi, ma lo diverrebbe fra poco), facendosi interprete di coloro che consideravano il Primato come una Casa di liberali con gli stemmi del Papa, e di quelli che, argutamente toscani, definivano il libro del Balbo quale un complesso di Speranze di un disperato, sbo troneggiava in
9 Vedi lèttera di V. Gioberti all'abate C. Dalmazzo: Ricordi biografici, loc. cit p. 365.