Rassegna storica del Risorgimento
GIOBERTI VINCENZO
anno
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1939
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pagina
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164
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164 Tomaso Fracassini
di quattro anni innanzi. Ma il fatto era andato così: quando verso la fine del 1843, il Massari volle lasciar Parigi, chiese il visto all'Ambasciatore napoletano in quella capitale, Duca di Serracapriola, che subito glicl'accordò, e l'ambasciata piemontese, l'austriaca, la toscana fecero altrettanto.
Entrò senza intoppo in Torino e vi dimorò un mese intiero, senza che la Polizia si mescolasse nei fatti suoi. Si propose di fare altrettanto in Milano, ma fu respinto alla frontiera, malgrado egli protestasse, inutilmente, e ripetesse istanze d'esservi ammesso.
Tornato in Torino, fece far domanda ai suoi amici di Milano, interessando i cognati di Giuseppe Arconati e altri, ma senza frutto. Il direttore di polizia di quella città, il Torresana, rispondeva che il passaporto del Massari era in regola, ma che il prevenuto era mal notato in certi libri e, quindi, non poteva entrare nel Regno LombardoVeneto. Egli, infatti, era accusato d'essere una testa esaltata, di aver molta amicizia per Libri, Mamiani, Pepe ed altri esuli, di aver conversato a Torino con persone sospette (ed erano Balbo, Petitti, Plana, Boncompagni, Sauli, Provana, Valerio ed altri simili galantuomini), più di portar seco ben 50 lettere di raccomandazione (che naturalmente la Polizia aveva letto niente trovandovi di compromettente), ecc., ecc.
Prese allora la determinazione di andarsene a Firenze per la'via di Genova e Livorno, ma alcuni amici gli fecero osservare che, in conseguenza dell'accaduto, avrebbe fatto cosa prudente e savia a far prima indagare se in Firenze nulla esistesse contro di lui. H commenda-tor Giovanni Plana ne scriveva a Vincenzo Antinori, il quale rispondeva
Gioberti a Leopoldo II, e di far noto al tempo stesso il giudizio sulla Toscana di tutti i buoni e valorosi Italiani in Parigi, ha vinto la repugnanza d'un nostro collega a consentire un brano di lettera scrittagli da Vincenzo Gioberti. Se per-l'intelligenza del principe non ha potuto togliere tutte le parole che lo riguardano personalmente egli vuol che sia noto di essere gratissùno alle benevolenze del Grande Italiano, ma di riconoscersene immeritevole.
Un. 55 (31 ottobre) stampava un'epistola giobertìana del 15 antecedente, al Siede parigino. Nel n. 74 (20 novembre), preceduta ancor questa da un cappello direttoriale, appariva la famosa lettera del medesimo Gioberti a monsignor Gazzola direttore del Contemporaneo romano, la quale ruerjvasi al partito dei Cattolici del Belgio e della Francia, lettera sempre da Parigi, in data 11 novembre: solenne giudizio, per definizione do La Patria. Ai direttori de La Patria inviava pure una lettera, il Gioberti, datata 18 novembre (pubblicata a Firenze il 26 novembre nel n. 80); e nel n. 114 (30 dicembre 1847), sempre preceduta da parole direttoriali, era pubblicata l'ultima lettera scritta al giornale, il 22 dicembre e da Parigi, concernente le cose della Svizzera. Vedremo poi quelle comparse nel 1848, prima del ritorno di Gioberti in Italia, lettere tutte che preludono, appunto, a questo atteso ritorno.