Rassegna storica del Risorgimento
FENZI CARLO ; FENZI EMANUELE
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1939
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296
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Mario Nobili
Antonio Petrocchi, detto Gianncttino, livornese, amico del Guerrazzi, ma da lui conosciuto per quel che valeva (cfr. MICHEL, Un diario di F. D. Guerrazzi, in Nuova Antologia. 16 ottobre 1909), dopo il 12 aprile si trovava a Pistoia comandante di una banda di livornesi e dominava la città insieme al Guardueci e sd Piva ed impediva a quella città di far causa comune con Firenze. Cercava però di andarsene, con i suoi compagni, a Livorno con armi e bagagli, ma indugiava sapendo che le campagne che avrebbe dovuto attraversare gli erano ostili. Finalmente il 17 partirono tutti e per la Valdinievole si diressero a Pisa. A Calcinala furono raggiunti dall'ordine della Commissione di Governo di scioglimento e di disarmo; vi si rifiutarono da prima, ma circondati dalle truppe governative si arresero. Il Petrocchi fu arrestato, mentre tentava di fuggire, e tradotto a Firenze.
XXXIL
Firenze, 20 aprile 1849.
Caro Carlo - Ti confermo due versi che ieri ti scrissi ed accuso le tue carissime 14, 16 andante, la prima delle quali mi conferma l'eroica risoluzione di codesta disgraziata città i cui sacrifizi bramerei che potessero portarla alla sua salvezza, ma quando rifletto che tutte le potenze d'Europa sono concordi nel volere mantenere i dolorosi trattati del 1815, è giuocoforza il sopire ogni lusinga e far voti soltanto perchè lo sviluppo del dramma sia meno doloroso per l'umanità. Ciò che mi fa meraviglia si è che tu persista ancora nelle tue visioni e nelle tue illusioni, tu che sei puro e che non hai quei secondi fini che fanno agire i capi più accorti, e non vuoi persuaderti della onnipotenza della diplomazia quando è concorde sopra i destini dei popoli. Sinché il Piemonte aveva un'armata (e questa armata si è veduto che non era buona e che il Ministero PinéHi aveva ragione di metterne a profitto l'effetto morale piuttostochè il fisico) si poteva sperare che se gli ungheresi avessero avuti dei vantaggi i destini della Lombardia sarebbero più miti, ma ora, quando anche l'Ungheria rimanesse vincitrice, lochè non è presumibile fra il padrone che la batte da ponente con forze superiori e l'amico del padrone che la ribadisce da levante e da tramontana, i destini d'Italia non potrebbero migliorare.
Ti ripeto perciò la mia preghiera, se vuoi essere sordo al comando di un padre. di tornare qui al più presto per il tuo meglio.
Pier Dionigi Pinelli, come deputato e come ministro tentò resistere a tutti quelli che volevano la ripresa della guerra.
xxxin.
Venezia, 23 aprile 1849.
Caro Babbo - Ho ricevuto tutte le tue lettere fino a quella del dì 19, scrittami di proprio pugno. Non so con quale fondamento tu potessi supporre che io fossi già per la strada di Firenze. Dalla mia lettera scrittati il 17 avrai rilevato che questa non era, per adesso, la mia intenzione; oggi ti dirò più a lungo i miei progetti.
Mi sono deciso a starmene a Venezia; non che io speri di potere essere qua di grande utilità, ma perchè ci sto molto bene e molto quieto. Questa sarà d'altronde l'ultima piazza donde per qualche tempo sventolerà la bandiera tricolore in faccia al nemico.
Ho avuto per vari giorni l'intenzione di arruolarmi nella truppa, ma poi ne sono stato distolto dai consigli dei miei amici dello Stato Maggiore di Pepe ed ho fissato che nei giorni di battaglia sarò in mezzo a loro per servire da ufiziale d'ordinanza,