Rassegna storica del Risorgimento
FENZI CARLO ; FENZI EMANUELE
anno
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1939
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pagina
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298
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298 Mario Nobili
che si conoscono gli uomini* ed il momento nel quale è maggiore obbrobrio Pabbando-nare una bandiera è quello della sventura. Oltre a questo considerazioni, che sono certamente della più alta importanza, ve ne sono altre che mi riguardano più personalmente e che ti convincerai che, anche dal punto di vista della mia sicurezza e del mio avvenire, lo starmene a Venezia, nelle attuali circostanze, è il partito più saggio. In primo luogo, tornando in Toscana, io non potrei fare a meno di prendere parte per quel partito che rappresenta le mie convinzioni. La ristato-azione è il partito dei vili che, al timore dell'invasione straniera, hanno sacrificato l'idea nazionale. Senza entrare nella discussione, quale sia il Governo più confacente all'attuale stato della Toscana, ed ammettendo che il regime monarchico, con o senza la costituzione, fosse quasi universalmente desiderato, io sento profondamente che, di fronte allo straniero, non ci potevano né ci dovevano essere partiti; che il rovesciare il Governo nemico dell'Austria, quando la sua armata era alle porte, era dichiararsi alleati con essa e ripudiare quel sentimento di nazionalità che la stessa invasione vittoriosa non avrebbe potuto distruggere. Queste mie idee sulla controrivoluzione in Toscana mi costituiscono assolutamente nemico, del nuovo ordine di cose e, come tale, non potrei, tornando in Toscana che parlare ed agire coerentemente.
La guerra civile è il peggior flagello che possa colpire un paese e, per quanto sta in me, io non voglio né eccitarla, né prendervi parte. Stando qua combatto per i miei prìncipii ed evito, nello stesso tempo, il rimorso di concorrere a questo flagello. Il pericolo che corro poi è piccolissimo. In pruno luogo non vi sono attacchi, né blocco, né mali di sorta alcuna. Quando facessero un attacco, è vero, che ci vorrei essere, ma non correrei maggior pericolo di tanti altri mila uomini che sono qui con me; e se poi infine dovessi morire per qualche accidente, la mia sorte sarebbe onorevolissima e gloriosa. Qui a Venezia infine tutti mi vogliono bene e sto benissimo. Astenendomi dai partiti che ora agitano la Toscana e serbando puri i miei prìncipii, mi preparo un avvenire di stima anche nel mio paese, dove non si tarderà molto a far giustizia ai galantuomini di tutti i partiti e a seppellire nell'infamia tutti quelli che della cosa pubblica hanno voluto farsi scala alla propria fortuna.
Per tutte queste ragioni, che ti convinceranno senza dubbio, io persisto nella mia determinazione, contentissimo di averla presa, rattristato pere dal pensiero di trovarmi in contrasto con le tue opinioni e molto più ancora dalle espressioni assai dure con le quali le accompagni.
Ho preso dopo la mia demissione, L. 800 per conto tuo; ho creduto necessario procurarmi una piccola somma per far fronte a qualunque evento... Addio, caro Babbo. Spero che questa lettera produrrà un buon effetto, che ti tranquillizzerà sul conto mio e che frutterà a me una risposta più consolante. Saluta tutti in casa, fai tornare Bastiano d'Inghilterra.
XXXVI.
Firenze, 28 aprile 1849.
Caro Carlo Il figurarmi che feci che tu potessi essere in strada per tornare a Firenze, di cui mi mostri meraviglia con la tua carissima del 23, non era certamente un'idea che io potessi indurre dalle tue lettere, ma la inducevo dallo stato delle cose e dal buon senso. La tua presenza costì non reca alcun giovamento a codesta eroica città e può recare molto danno a te, ai tuoi interessi ed alla famiglia tua per l'avvenire. La tua famiglia e te stesso, esseri positivi, meritano bene lo stesso amore e lo stesso riguardo che possono meritare altre tue affezioni per delle idee non egualmente