Rassegna storica del Risorgimento

FENZI CARLO ; FENZI EMANUELE
anno <1939>   pagina <303>
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Corrispondenza tra Emanuele e Carlo Fenzi nel 1849 303
Torniamo ora ai nostri ragionamenti del gennaio 1848. Io, prevedendo allora tutti questi guai, questionando con te, dicevo: Si unisca tutta 1* Italia, meno la Lombar­dia, in una lega doganale e politica; si consolidino i Governi costituzionali d'accordo con i Principi, si formi uno stato militare, giacché per ora non ne abbia neanche l'idea, e si aspetti l'occasione favorevole per acquistare quella porzione d'Italia che ci man­cherà, allorché saremo in forze per misurarci. Tu sostenevi la tesi contraria, cioè di far quello che è stato fatto ed ecco i bei frutti che abbiamo raccolti. Il tedesco ci calpesta e prende tutte le sue misure perchè non possiamo mai più rialzare il capo e frattanto noi ci siamo impoveriti, indeboliti; e le esorbitanze della fazione anarchica che, sotto nome di libertà, ci tiranneggiò e ci tenne nello sgomento per più mesi, ha disgustato tutti talmente, da lasciarne la memoria a chi verrà dopo di noi.
Gli austriaci, al comando del generale D'Aspre, entrarono in Lucca il 5; la colonna Kolowrat, per Pietrasanta e Viareggio, si diresse verso Pisa dove entrò, parte la sera del 5, parte la mattina del giorno seguente. Soltanto il 10 gli austriaci si mossero da Pisa per Livorno.
XL.
Venezia, 11 maggio 1849.
Caro Babbo Ho ricevuto a suo tempo le tue lettere del 3 e del 6 andante, le quali contengono due lunghi articoli di polemica sopra i fatti del giorno, polemiche alle quali non starò a rispondere; i fatti, pur troppo dolorosi, mi risparmiano questa pena.
Roma, Bologna e Venezia fanno vedere cosa può un popolo quando vuole; la Toscana poi, con la sua condotta, porge un'altra lezione a tutti i popoli, quella cioè che con la viltà non ci si salva mai dalle sventure che sovrastano. Il fatto della chiesta intervenzione austriaca (come comparisce da tutti i fogli tedeschi che qui leggiamo), era da me pienamente previsto. Non l'ho detto, perchè non volevo far da Cassandra, ma ne ho avuto la certezza fino dal principio. Ora poi prevedo, se non riesce ai buoni e bravi giovani di avere il disopra, che alleggeriranno le borse dei vari reazionari di buone somme, una porzione delle quali avrebbe bastato, a tempo e luogo, per salvare il paese e giovare molto alla causa italiana; tanto peggio per loro. A tempo e luogo vi sarà chi se ne ricorderà, e questa sarà una nuova fonte di mali inevitabili che potevano, nel loro interesse, prevedere i signori della reazione.
Ti mostri in una parte di una tua lettera poco conoscitore del cuore amano, quando supponi che io abbia preso a un desinare degli impegni tali con un partito, che non possa deviare dalla strada che mi impone, anche volendo e vedendo il bene altrove. Io non ho impegni che con la mia coscienza; i giuramenti sui coltelli o sulle tazze sono scene da ragazzi o da romanzi. La mia coscienza ni' impone di distruggere e di cacciare i nemici dal mio paese a qualunque costo, a costo dell'incendio delle città, della distruzione dei campi, degli sconvolgimenti sociali; in una parola, come ho detto a te e ad altri tante volte, farei saltare mezza l'Italia purché non vi rimanessero gli austriaci. L'indipendenza d'Italia e per me, e sarà finché campo, lo scopo della mia vita. Pereto una volta per sempre accertati che non subisco l'influenza di alcuno e che le mie azioni sono spontanee, il prodotto della mia intelligenza e della mia volontà.
Dopo il gran cannoneggiamento del di 4 gli austriaci fecero dei nuovi lavori per avvicinarsi alla fortezza di Marghera, ma poi gli hanno per ora tralasciati. I nostri