Rassegna storica del Risorgimento

FENZI CARLO ; FENZI EMANUELE
anno <1939>   pagina <329>
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Corrispondènza tra Emanuele e Carlo Fenzi nel 1849 329
gli altri mi erano sconosciuti. Aspettano tutti con grande ansietà il momento di potere rimpatriare e si disperano non poco di questo loro esilio. Il povero Adami, che ho lasciato a Genova, è però il più desolato di tutti; davvero credo che, se è costretto di star fuori ancora, muore dal dolore. Guarda se puoi fare qualche cosa per lui, mi pare (e credo che la mia opinione non possa trovare contraddittori) che égli sia una persona ineccezionabile ed alla quale bisognerebbe vedere di risparmiare tanta pena.
In quanto a me sono sempre dello stesso parere e voglio credere che le ragioni addotte e le mie parole avranno ricevuto la tua approvazione. Se tu non avessi l'inten­zione di vendere la cavalla ti avrei pregato di mandarmela qui; la distanza è poca, in tre giorni potrebbe giungermi comodamente. La spesa di mantenimento non sarebbe qui una gran cosa per me, d'altronde il piacere che potrei ricavarne sarebbe grandissimo; pensaci e scrivimi qualche cosa in proposito.
Parliamo adesso, per finire la lettera, di denaro; cosa noiosa in verità, ma impor­tantissima e indispensabile per vivere. In primo luogo ecco il mio stato: non no debiti, o almeno quelle due o trecento lire che ho di passivo, sono più del doppio coperte da dei crediti che sono sicuro di riscuotere in un tempo detcrminato; in secondo luogo ho dei napoleoni d'oro in tasca, con i quali si può vivere diversi giorni, ma non eterna­mente. In conseguenza ti prego dirmi precisamente come mi vuoi trattare per il pre­sente e petti futuro. Come vedi io non butto via, ma il necessario mi occorre e, quando non lo ricevo da te, sono costretto a ricorrere al credito, che la cassa piena di milioni del padre, compartisce anche al figliolo. Io sono contentissimo e grato del modo col quale hai sempre trattato meco, credo che tu non possa essere scontento di me; andando avanti perciò su questo piede mi sembra che non potranno mai nascere lagnanze fra noi, né da una parte, né dall'altra.
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18 settembre
Lasciai a questo punto ieri sera, riserbandomi a chiudere la lettera questa mattina dopo l'arrivo della posta, che riteneva per sicuro dovermi portare almeno una tua let­tera. Ho sperato in vano e anch'oggi sono privo affatto di lettere da qualunque parte. Sono, non si può più, sorpreso di questo tuo silenzio e di quello di tutti gli altri ai quali mi ero affaccendato a scrivere in questi ultimi giorni. Pazienza: nulla nuova* buona nuova; così spero fermamente.
Giuseppe Galletti di Bologna, avvocato, cospiratore, condannato alla galera a vita dal Governo pontificio. Liberato dall'amnistia di'Pio IX, ne divenne uno dei sosteni­tori. Ministro di Polizia nel Gabinetto Recchi-Antonelli e in quello Fabbri, nonostante che le sue illusioni su Pio IX si fossero affievolite dopo l'Enciclica del 29 aprile Avve­nuta l'uccisione di Pellegrino Rossi, che aveva abolito il Ministero di Polizia, fece nuovamente parte del governo come ministro di Polizia e doll'Interno. Il 21 novembre fu nominato Generale comandante dei carabinieri ed il 18 dicembre, per le dimissioni del conte Zuccbini, fu eletto membro della Giunta provvisoria e suprema dello Stato romano. Il 3 gennaio 1849 la Giunta, ormai ridotta a due a/>lì membri per le dimis­sioni del principe Corsini, si sciolse. H Galletti il 7 febbraio fu nominato presidente dell'Assemblea costituente, avendo aderito alla proclamazione della Repubblica. Prese parte alla difesa di Roma e, questa caduta rifiutò l'offerta fattagli dall'Oudinot di seguitare nel comando dei carabinieri e di occuparsi della cosa pubblica, sia pure provvisoriamente. Obbligato ad allontanarsi da Roma andò in Piemonte e fu a Spezia e poi a Genova.