Rassegna storica del Risorgimento

FENZI CARLO ; FENZI EMANUELE
anno <1939>   pagina <337>
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Corrispondenza tra Emanuele e Carla Fenzi nel 1849 337
LXXVTI.
Spezia, 23 ottobre 1849.
Caro Babbo Ho ricevuto ieri la carissima tua 20 corrente, in essa mi acclùdevi due lettere, l'una di Niccola Fabrìzi da Bastia, con la quale mi avvisa di non aver potuto negoziare la cambiale per Milano senza grave perdita; l'altra di Spiro Papado-poli di Venezia che mi dà le nuove della sua famiglia e di altre conoscenze ed amici miei di quella città* Egli ha voluto continuarmi la sua amicizia anche da lontano ed è cosi che manteniamo una corrispondenza del tutto amichevole e che non ha alcun che di compromettente. Tanto ti dico in risposta alla tua nota scritta di proprio pugno e per rassicurarti intorno ai timori che sembri aver concepito intorno alle mie corrispondenze.
In quanto poi alle mie opinioni, che tu chiami illusioni, io non ho variato per mente e l'esperienza ed i fatti mi hanno conservato quello che sono sempre stato. Oggi ho intenzione di scriverti a lungo e contentarti infine dandoti il mio parere sull'articolo del Geofroy. Ti assicuro che con fatica mi sono deciso a contentarti sa questo punto* perchè so che le nostre opinioni differiscono essenzialmente e che in conseguenza poco piacere potrai ricavare dalla lettura di queste poche riflessioni, che ho creduto bene di sostituire ad uno scritto di una ventina di pagine che aveva apparecchiato sopra que­sto soggetto. Volendo svolgere e confutare tutto quanto egli dice bisognerebbe scrivere altrettanto, poiché, in generale, ogni periodo contiene delle idee essenzialmente false, a senso mio, o dei fatti completamente svisati; volendomi però al contrario limitare, io non intendo oggi di fare altro che darti un sunto di alcune idee che ha destato in me questa lettura.
L'articolo della Revue des deux Mondes in questione, non è altro che una specie di riepilogo di tutte le lagnanze fatte dal partito moderato contro il partito democratico e che egli disegna sotto il nome di Giovane Italia. Vi sono i soliti pianti sulla nostra rovina, i soliti pretesi argomenti stampati e ristampati; le solite storiche menzogne, divenute i luoghi comuni di tutte le declamazioni dei moderati, dei retrogradi e dei gesuiti ecc. Nulla vi è di buono. Facendo una specie di distillazione del Risorgimento* delle opere di D'Azeglio, del Conciliatore o Statuto, delle opere del padre Curò, dei Discorsi di Montalambert, Thiers, Falloux ecc., l'estratto verrebbe ad essere un quid simile dell'articolo in questione. Tutte queste idee poi sono cucite insieme con abba­stanza disinvoltura, assai bene e con minor dose d'improperio di quello che i buoni moderati, con tanta moderazione, lanciano contro tutti quelli che non professano le loro opinioni.
In mezzo alle rovine delle nostre speranze si combattono oggi i partiti con lo stesso accanimento che durante la lotta, accusandosi vicendevolmente della distruzione del nostro avvenire. Poco simpatizzo con queste recriminazioni atte solo ad aumentare le divisioni ed a radicare un odio che per una parte o per l'altra costerà lacrime e san­gue. Io credo che più degli nomini abbiano influito, nella nostra caduta, le circostanze pure dovendo a ciascuno assegnare la sua parte di danno, ne farei una molto maggiore al partito moderato e non dubito che mi riuscirebbe far toccare con mano la giustezza di questa mia convinzione.
I moderati non hanno mai avuto un vero piano di progresso, essi non hanno mai presa l'iniziativa né delle riforme, che una ad una gli furono estorto, né delle costi­tuzioni che avevano predicate impossibili, né della guerra che scoppiò, nel marzo del quarantotto e che essi dovettero subire: sempre intenti a gridare: biuta, basta, adagio*