Rassegna storica del Risorgimento
FENZI CARLO ; FENZI EMANUELE
anno
<
1939
>
pagina
<
338
>
338
Mario Nobili
adagio. Gli avvenimenti gli hanno sempre sorpresi occupati a tirare la martinicca al movimento. Rimorchiati, loro malgrado, quando le Costituzioni rimpiazzarono le Riforme, essi erano più che usati, eppure pretesero tenersi fermi al potere e rappresentare un ordine di cose, una rivoluzione, che avevano sempre avversata, nonché desiderata o condotta Di qui il male accordo fra le parole di fuoco che stampavano e le azioni da gambero o da tartaruga che tenevano dietro a queste. La guerra andò perduta e si deve a loro, perchè, per quanto si voglia dire, l'elemento repubblicano non si fece sentire durante la prima campagna, né potè, in conseguenza, influire sui disastri. À loro la colpa, perchè insufficienti i mezzi che avevano trascurato di apparecchiare, perchè incapacissimi gli nomini loro, perchè, in grazia del principio monarchico, che stava nella mente loro al di sopra di ogni altra cosa, compressero l'entusiasmo popolare nei suoi primordi. Volevano vincere più con. protocolli che con battaglie e negoziarono più che non combattessero; finché il nemico, rinforzatosi e riavutosi dal primo sbigottimento, vinse la campagna a Custoza. Così, di errore in errore, perchè parlavano una lingua che non era la loro, la prima campagna andò perduta e la Lombardia fu riconquistata dal tedesco. E egli da meravigliarsi, in allora, che sorgesse una moltitudine di giovani e di caldi patrio iti, che avevano fatta la Rivoluzione e che non la volevano veder perire, a spingerla nel senso suo più logico, abbassare questa gente che simulava opinioni e desideri, che non aveva in cuore mai avuta, ed a compiere i quali altra energia occorreva di quella che avevano sempre mostrata ?
Sorsero gli uomini d'azione, gridarono: Repubblica, Dio e il popolo. Non per voler di Mazzini, ma per volere di quelle leggi eterne che guidano gli avvenimenti nel mondo. Era matematicamente da provarsi che dati quegli avvenimenti dovesse sorgere potente quel grido e quel partito. La lotta dei partiti incominciò allora: la Costituente gettata in mezzo alle due fazioni, come una bandiera di conciliazione intorno alla quale tutti dovevano nuovamente stringersi uniti, fu ricusata dai moderati, i quali, per abbreviare, si collegarono con l'antico partito retrogrado, con i Re di Roma, di Napoli e di Toscana che apertamente volevano e facevano la più completa reazione; si collegarono conio straniero e gli diedero mano a Firenze e a Roma e forse a Novara, per rovinare la rivoluzione ed il partito liberale che gli aveva levati dal potere, il quale potere riuscì loro di afferrare nuovamente in Piemonte e in Toscana. Altrove, raggiunto lo scopo si ruppe l'istrumento e anch'essi furono cacciati in bando, egualmente mal visti dai governi e dai popob*. Cominciarono deboli patriotti furono in seguito cattivi nomini pubblici e generali, vigliacchi cittadini sempre, finirono traditori; questo è il compendio della loro storia.
È di questo partito che il Geofroy fa l'apologia, ma nessuna idea nuova risulta nel suo scritto. E affatto sbagliata l'indole e la composizione del gran partito che si mostrò così compatto dall'avvenimento di Pio IX fino all'armistizio Salasco. Continua il Sig. Geofroy, dopo la demarcazione dei partiti, a parlare del loro diverso contegno durante la guerra e qui giudica da uomo che conosce superficialmente gli avvenimenti sul rendiconto del Journal des Debats, non altro. Per esso arriva Mazzini a Milano, suscita alle spalle del Re e divisioni e gelosie, paralizza l'azione dell'armata, inimica i lombardi contro i piemontesi e manda tutto in rovina. Non so come si possa pretendere al titolo di uomini scrii e di storici scrivendo in questo modo. Intorno alle scissure ed alle influenze òhe nocquero alla guerra d'indipendenza vi sarebbe da scrivere dei volumi ed egli tronca tutto con quattro tratti di penna.
L'Enciclica di Pio IX del 29 aprile; l'abbandono del Veneto alla sua sorte (ove 25.000 uomini sotto Durando furono lasciati schiacciare da Radcsky a Vicenza, senza che l'armata Piemontese, a una marcia da Verona, nulla tentasse per fare una diversione