Rassegna storica del Risorgimento

OMBONI TITO
anno <1939>   pagina <622>
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Libri e periodici
italiano che veniva formandosi per raggiungere alte mete, per vie più dimoili e più aspre, che solo era possibile superare, guardando ad anni di gloria assai lontani, ma non per questo meno splendenti, ed auspicando giorni egualmente distanti, che sareb­bero stati anche essi illuminati da quella stessa luce.
Difatti, afferma il Rota, nonostante questo fervore di rinnovamento, il Settecento rappresenta per l'Europa il periodo delle preponderanze e la posta, in giuoco, è pur sempre l'Italia.
Queste forze, però, che volevano occupare la penisola e sommergerla, erano, a poco a poco, conquistate da essa; gli Italiani, che l'Europa considerava, fin d'allora, come facenti parte di una espressione geografica, chiedevano sovente a loro stessi come e perchè fossero seesi tonto in basso, nella estimazione dei popoli, da quelle altezze dalle quali avevano, un giorno, guardato a questi popoli stessi con lo sguardo del con­quistatore. E si faceva strada l'unica soluzione del problema tanto doloroso: la perdita dell'Unità era stata cagione di tutti i mali; e ne veniva logicala deduzione che solo l'Unità poteva sanare quelle piagge da troppo tempo dolenti. Quello spirito acuto che fu l'Al-garotti, discuteva il problema a Ferney, con il Voltaire, cui scriveva le plus grand mal pour la pauvre Italie, comme nous Vavons dit souvenl ensemble d'est qu'elle n*a ni capitale* ni cour, d'est qu'elle est partagée et esclave; Giuseppe Baretti si chiedeva per quale iniqua causa l'Italia dovesse dipendere dall' Estero; ì'Alberoni, che dell'ecclesia­stico non aveva se non la veste purpurea da cardinale, spingeva gli Italiani all'azione scrivendo per abbattere le grandi querce ci vogliono dei gran colpi', un altro ecclesia­stico (anch'egli solo d'abito) Antonio Genovese affermava l'altezza dello stato laico, e le menti coltivate ritrovavano nelle pagine del Vico, l'istinto eroico dell'Italia, che assurgeva a filosofia per la forza dello spirito.
Questa semenza di pensieri, il Settecento italiano aveva in serbo. I soldati di Napoleone la sparsero a piene mani per la Penisola, che non ostacolò quell'avanzata ma la incorporò, la trasformò, la fece aralda della nuova età; ed il popolo, che doveva affrontare le milizie dell'Imperatore d'Austria, servì con gioia quel Còrso che era dive­nuto imperatore dei Francesi, perchè vide in lui Io strumento del destino.
Mancava ancora quel Principe che il Machiavelli aveva auspicato nel Rinasci­mento; quel capo che osasse prendere una posizione chiara di guerra contro le due forze che ostacolavano l'Unità: l'Austria e la Chiesa. Due monarchie nazionali erano in Italia: i Borboni al Sud, i Savoia al Nord. 0 l'una o l'altra doveva raccogliere nelle sue mani le redini di quelle agitazioni in fieri, nel Settecento, ma ineluttabili. Nell'800 i Borboni si dichiararono per la lotta all'Unità. Gli Italiani seppero, allora, che ai due nemici dell'Unità si aggiungeva un terzo: il re delle Due Sicilie: e, scartata l'idea repub­blicana, ebbero fede solo nella stella che brillava in Piemonte, vicino alle Alpi. La luce di quella stella doveva, per necessità di eventi, illuminare, un giorno, tutta quanta la penisola.
A queste conclusioni giunge Ettore Rota alla fine dei due suoi ampi volumi nei quali la questione dell'origine del nostro Risorgimento è risolta dal suo chiaro e preciso intuito di storico di razza.
Che se tanti fatti egli avesse semplicemente elencati, mostrati, sia pure con ana­lisi precisa e perfetta, se libri e carte e documenti avesse consultato, ancorché con una scrupolosità ineccepibile, la perfetta cronaca di questi anni di preparazione, pur dicendo molte cose al nostro interesse, non avrebbe, del pari, convinto il nostro spirito.
Ma della perfetta conoscenza delle fonti egli si è servito per attuare quella vitale evocazione interiore che fondendo documento e critica, vita e pensiero, concorre a creare la Storia. Ed è nato, così, un libro che risolve una questione annosa e che va letto attentamente e più attentamente meditato, non solo dagli Italiani, ma anche da quanti, oltre Alpe* guardano con simpatia o con acredine allo penisola nostra.
ALESSANDRO CUTOLO