Rassegna storica del Risorgimento
OMBONI TITO
anno
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1939
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pagina
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623
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Libri e periodici
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EMILIO OTTOLENGHI, Pagina piacentine del Risorgimento italiana (1815-1831); Piacenza, Soc. tip. editoriale Porta, 1938, pp. 158, in 8 (Biblioteca Storica Piacentina, voi. XXII). L. 16.
Dopo la caduta di Napoleone, i Piacentini, nella loro grande maggioranza, accolsero con animo rassegnato la decisione degli Alleati che affidava l'antico loro Ducato a Maria Luisa d'Austria, anzi si sentirono lusingati del privilegio che era stato ad essi, come ai Parmigiani, riservato di essere governati dall'ex imperatrice di Francia e regina d'Italia. Non reca perciò maraviglia come quieti e tranquilli trascorsero i primi anni del nuovo regime, tauto più che la sovrana apparve, sino da principio, animata dalle migliori intenzioni di far il bene dei suoi sudditi, ed il suo primo ministro e prossimo marito, conte Alberto di Neipperg, pronto e disposto a tradurre in atto i di lei generosi intendimenti.
Ma nonostante questo largo consenso e questo sentimento di attesa fiduciosa, non mancarono di manifestarsi segni di malcontento da parte di cittadini rimasti fedeli e devoti alle idee liberali e di circolare voci di trame di società segrete e di tentativi sediziosi. Se ne trova traccia nei rapporti di Antonio Guglieri, commissario superiore di polizia e, più ancora, in quelli degli agenti subalterni e dei confidenti segreti. I quali, però, assai spesso, come è facile immaginare, esageravano nel segnalare persone sospette e vedevano spesso pericoli in cose innocenti,, sicché non riuscivano a convincere il ministro responsabile che poteva continuare, in piena tranquillità, ad assicurare il principe di Metternich della quiete regnante nel Ducato e della fedeltà dei buoni sudditi piacentini.
Fu solo intorno al 1820, quando apparve più manifesta la stretta soggezione del nuovo governo alla politica di Vienna, che le inclinazioni politiche dei cittadini cominciarono a mutare e a orientarsi maggiormente verso le idee liberali. Proprio nello stesso anno, ad iniziativa di Pietro Giordani, fu fondato il Gabinetto letterario, simile a quello che il Vieusseux aveva poco prima istituito a Firenze, e la "Polizia non tardò a prenderlo in sospetto, a considerarlo come un focolaio di propaganda liberale, a tener d'occhio e a porre sotto sorveglianza i suoi frequentatori. Avvenivano, di lì a poco, i primi moti carbonari, ma i Piacentini, tenuti in soggezione da una forte guarnigione austriaca, non vi presero parte attiva, né vi restarono compromessi: più grave agitazione, se mai, si verificò a Bobbio, a Bettola, a Bardi.
Non per questo rimasero inoperosi il nuovo direttore di polizia, aw. Antonio Gattucci e il suo solerte confidente, il dott, Bartolomeo Raineri, animati da forte spirito reazionario, i quali non tralasciarono di esercitare attenta vigilanza sui liberali e la intensificarono anzi, dopo che giunse la notizia dell'arresto e della carcerazione a Milano di Gian Domenico Romagnosi e di Melchiorre Gioja, entrambi piacentini. Allora, più d'ogni altro, Pietro Giordani richiamò su di so l'attenzione e la sorveglianza della polizia che non si fece scrupolo di aprire le sue lettere, tanto quelle che riceveva, come quelle che indirizzava ad altri, esprimendo con piena libertà quello che pensava, e non risparmiando censure e critiche a principi e uomini di governo. Crescendo Bcmpre più i sospetti contro di lui, il conte S trassòldo, governatore austriaco della Lombardia, suggerì al Neipperg di far praticare, in casa dello scrittore, una perquisizione tra le suo carte, ma, a quanto pare, non insistè nella proposta, quando il primo ministro ducale gliene fece intondere l'inutilità. Cosi si continuò ad esercitare la più attenta vigilanza BUI Giordani, senza per altro coglierlo in fallo, senza potergli contestare il linguaggio ardito che adoperava nella suo corrispondenza privata, senza che si potessero raccogliere prove sicure delle varie colpe che gli venivano addebitate, particolarmente quella di essere autore di certi versi satirici contro la sovrana. Fu solo la sua famosa prefazione alla raccolta dei versi pubblicati in onore di mona. Ludovico Loschi, nuovo vescovo di Piacenza, che il 29 giugno 1824 decise il Governo ducale a ordinare lo sfratto dello scrittore da tutto il territorio dello Stato.