Rassegna storica del Risorgimento
1898 ; MILANO ; SOCIALISMO
anno
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1939
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pagina
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751
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LIBRI E PERIODICI
NICOLA VACCA* LO Cronacke laccati di Emanuele L. Buccarelli; Rinascenza Salentina Editrice, Lecce, 1934-Xm, pagg. 124. L. 10.
Va data Inde a Nicola Vacca per aver pubblicato integralmente cruente Cronache, conosciute anche con il titolo dì Libro di Memorie di Emanuele Maria BuccarclH, le quali, scoperte dal Castromediano sin dal 1870, giacevano inedite e dimenticate nella Biblioteca Comunale di Lecce. Le notizie ivi raccolte dal 1711 al 1796 sono in gran parte la ripetizione scheletrica di quelle già note del Gino e del Piccinni e ben poco o nulla presentano di interessante: vi sono infatti registrati, oltre i matrimoni e i decessi di persone della famiglia dell'autore, gli avvenimenti per lo più circoscritti nelle mura delle sagrestie e dei conventi cittadini.
Ma dal 1797 al 1807, con il quale anno il libro si chiude, la narrazione del Bue-carelli si fa più circostanziata e precisa, e costituisce, per quel periodo turbinoso della vita civile leccese su cui regnano tuttora non poche incertezze, una fonte singolarmente preziosa.
La rivoluzione a Lecce, secondo la notazione del cronista, scoppiò non il 9 febbraio, come comunemente si scrive, ma sin dal giorno precedente, quando la posta portò l'avviso che il Regno di Napoli era ormai soggetto alla Repubblica francese.
I Giacobini si diedero subito all'opera: furono tagliate le imprese reali della R. Udienza, di tutti gli uffici pubblici c di tutti i signori particolari; e si eresse ovunque la bandiera francese della libertà. Alla sera per tutta la città si fecero applausi con suono di strumenti musicali, trombe, gran cascia e con torcie di pece accese; e non solo i secolari ma anche i monaci e i preti furono obbligati a portare sui cappelli la coccarda. Il giorno successivo crebbe la baldoria: si ordinò per tré sere l'illuminazione generale e si fece bando a suon di tromba che tutti i cittadini mettessero la coccarda francese e alle ore venti due e mezza circa si piantò in mezzo della pubblica piazza c proprio di rimpetto alla colonna del Santo Protettore Oronzio l'albero della libertà; seguì un lunghissimo sparo di mortari con il suono di tutte le campane e con una suntuosissima musica sopra una bella orchestra fatta a pie di detto albero , e poi tutto il popolo si portò al Vescovado dove s'intonò un solenne Te Deum e un monaco cassinese, il padre Arcangelo Carbonelli, tenne un lungo sermone sull'uguaglianza e sulla giustizia.
Ma la sera del 10 febbraio le cose improvvisamente mutano d'aspetto. Il popolo basso comincia a tumultuare: cresciuto a poco a poco di numero, si avvia imprecante e minaccioso al Castello dove abita il preside Marnili e gli intima di spiantare in ogni conto l'albero della Libertà. Il Preside tutto intimorito e tremante procara con buone maniere di placare i ribelli, ma essi non vogliono sentire ragione; infuriati corrono al Vescovado, dan di piglio alle campane per suonare all'armi, afferrano la statua d'argento del Santo Patrono e processionami cu te la portano in piazza ove spiantano furiosamente l'albero e lo buttano a terra riducendolo in minutissimi pezzi e vi collocano al posto duo ritratti del Re o della Regina e in mezzo le Imprese Reali.
E per più di continua vigorosa la reazione; si chiudono tutto le porte della città e a tutte si mettono guardie doppie per impedire l'uscita dei cittadini; quanti patrioti sono conosciuti per tali son maltrattati e imprigionati; si dà l'assalto al convento dei Padri Cassinosi per ritrovare il padre Carbonelli che aveva predicato in Vescovado; s'irrompe nelle case, si depredano, se ne traggono i sospetti.