Rassegna storica del Risorgimento

1898 ; MILANO ; SOCIALISMO
anno <1939>   pagina <772>
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772 Libri e periodici
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Le diserzioni andarono aumentando dì giorno in giorno nei lungo anno della neu­tralità: il fiore dell'ingegno, dell'energìa, dell'ardimento si rifugiava con entusiasmo nel Regno. I primi rifugi furono Udine e Venezia per gli adriatici, per i trentini Verona e Brescia. Da queste stazioni di .smistamento la maggior parte dei trentini si avviarono a Milano, gli studenti a Padova; gli altri specialmente a Brescia, Mantova, Torino. Pochissimi a Firenze e a Roma. Degli adriatici invece i più sostarono a Udine e u Vene­zia per trovarsi vicino al confine il giorno sospirato della vittoria. In tutti questi centri si costituirono subito dei Comitati: i più attivi furono quelli di Udine e Venezia; il primo raccolto attorno a Carlo Bandii e a Ugo Zilli, il secondo attorno a Giovanni Uiu-riati. I Comitati diventarono presto il focolare attorno al quale si raccolsero gli esuli, si riconobbero, si confortarono: furono fucine di passaporti per quanti attendevano di disertare dall'Austria, centri di raccolta di notizie militari, recapito di tutte le inizia­tive di propaganda interventista. Accanto ai Comitati non tardarono a costituirsi com­pagnie e battaglioni che nell'ansiosa attesa si esercitavano con disciplina militare: da questi usci la falange eroica dei volontari e dei martiri che per quattro unni riafferma­rono con dura resistenza la volontà di essere redenti e la fede nei destini della patria immortale-
Per armonizzare le molteplici iniziative locali si fondò a Roma, per opera della Dante Alighieri , un Comitato Centrale, al quale collaborarono i fuorusciti più illustri che vivevano nella capitale. Nella primavera del 1915 il Comitato si trasformò in Com­missione Centrale di Patronato allo scopo di collegare con le autorità del Governo tutte le molteplici questioni che sorgevano continuamente, riguardanti gli interessi dei fuo­rusciti. Per tenersi in relazione costante con le altre dodici commissioni del Patronato, la Commissione Centrale tenne due congressi generali, il primo a Bologna nel novembre del 1915, il secondo a Firenze nel luglio del 1916.Le discussioni si concentrarono in modo particolare sulla questione del conforto morale e materiale da darsi a quelli che erano stati allontanati dalle terre conquistate per ragioni militari e che si trovavano concen­trati nei vari paesi del Regno; sull'opportunità di provvedere a tenere occupatii pro­fughi in continuo lavoro sia per ridurre possibilmente la spesa del mantenimento sia per non alimentare in loro l'ozio con le sue nefaste conseguenze; e ancora sull'even­tuale azione di propaganda e divulgazione delle tristi condizioni dei profughi, atta u vincere la diffidenza che ancora regnava contro di loro.
Non sempre purtroppo regnò l'accordo tra i Comitati. Le ideologie dei partiti cui ciascuno sì sentiva legalo, e molte volte meschine ambizioni, turbarono il necessario equilibrio di collaborazione.
Migliaia di redenti costretti, allo scoppio della guerra europea, a servire nell'eser­cito austriaco, erano dati prigionieri ai Russi varcando temerariamente le linee, austriache. Precisare il loro numero non è facile: si suppone fossero oltre venticinque mila. Moltissimi furono i morti, molti i dispersi nei più oscuri governatorati del grande impero moscovita. Appena un quinto pota raggiungere l'Italia prima della fine dello guerra. Alla fine del 1916 no arrivarono in Itulio tre grossi scaglioni: chiesero di poter combattere, ma non furono esauditi. Quanti rimasero in Russia furono travolti dallo bufera della rivoluzione*
Una questione grossa fu il ritiro dei volontari delle prime linee. Dopo il supplizio di Battisti il Governo ritenne opportuno questa decisione. I volontari ne furono con­turbati. Le insistenti richieste per ri (ornare al fronte non ebbero alcun risultato: solo nello primavera del 1916 il provvedimento fa revocato in parte, ma nei primi mesi del 1918 il Ministero dello Guerra ordinò nuovamente il ritiro dei volontari dal fronte. La Commissione di Patronato elevò fiera protesta a nome degli irredenti combattenti, affermando che essi si consideravano italiani e come tutti gii italiani reclamavano