Rassegna storica del Risorgimento

BALBO CESARE
anno <1939>   pagina <863>
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Cesare Balbo al servigio di Napoleone 863
suoi bisogni . 0 e che, non avendo sperimentato come lui da vicino l'inesorabile potenza di Napoleone, potevano più facilmente e più fiduciosamente custodire e; continuare le antiche illusioni.
Per loro il Balbo era stato un po' un disertore e ora io trattavano con una certa diffidenza. Non ho ancora visto C. Balbo, scriveva il Provana all'Ornato nel 1812, onde le mie speranze e i miei dubbi non sono né svaniti né sciolti. Io gli preparo guerra orrenda ed aperta, se egli fu sedotto dalla perversa Galiia. La nostra povera patria ha bisogno di uomini forti e grandi e non di animi cui l'interesse e l'ambizione masche­rata di filantropia guida ed illude .2) Ma dovevano ricredersi presto e poco dopo lo stesso Provana scriveva: Abbiamo qui Cesare nostro, il quale è in molto cose quale lo desideriamo .3)
L'antico cenacolo si ricostituiva, l'amicizia e il fervore trovavano nuovi motivi di esaltazione e di speranze. Lo stesso Balbo nei suoi scritti di quell'anno, arrivava a chiamare Napoleone il tiranno . *) Sopra tutti poi gli era di incitamento il Vidua grande ammiratore della resistenza spagnuola, il quale gli rimproverava di sentir meno che lui . s)
E agli incitamenti del Vidua si aggiungevano parole anche più autorevoli: << Incontrato ai bagni di S. Didier il generale Gifflenga, che veniva a curare una sua ferita toccata nei suo bel fatto di Malajaroslawitz, n'udii con una certa meravìglia, che quelle idee nostre italiane, le quali m'eran parute fino allora coma una ragazzata, eran pure di lui e di parecchi altri uomini di pratica e di spada, principalmente della armata d'Ila? Ha; e che intendendo esser fedéli all'imperatore finché vivesse (non si prevedeva nemmeno allora che finisse d'imperare prima che di vivere) era pure intendimento di molti liberar l'Italia, chiamarla all'indipendenza dopo Napoleone. Non mi parlò di società segrete* e non credo che ne fosse. Ma io m'accostai a quelle nobili idee, a quelle parole. Le mie opinioni politiche, molto generali fino allora, si venivan determinando', e fin d'allora avrei potuto esser tacciato di liberalismo, E credo die fosse di molti come me. In quell'anno 1813 si conformarono le opinioni non che degli uomini, ma delle nazioni fino allora com­presse. fi)
Sarebbe interessante approfondire l'esame di quest'ultima osservazione, che richiama l'attenzione su un momento non ancora studiato quanto meriterebbe, del nostro Risorgimento. Quanto poi alla formazione del Balbo questo momento segna un passo notevole e un orientamento deciso che riceverà conferme sempre più esplicite dai suoi atteggiamenti successivi. E l'esperienza faticosa di quegli anni che si tra­sforma a poco a poco in una nuova e più matura coscienza politica. Nessuna mera­viglia quindi che ritornasse in Francia, verso la fine di quell'anno, con accresciuto interesse per i gravi avvenimenti che si preannunziavano e che includevano anche possibilità di nuovi sviluppi per il destino d'Italia.
Giunse a Parigi in tempo per assistere alla prima caduta di Napoleone. Incari­cato di portare all'imperatore il portafoglio degli affari di Stato, si incontrò con le truppe che fuggivano in disordine dopo il disastro di Lipsia. Attraversò molte peripezie!
tì BALBO, Autobiografia, in RICOTTI, p. 348.
z) Lettera del 1812, V. Ottolenghì, Trovano, cit., p. 20.
') Ibidem*
) RICOTTI, op. cit,, p. 34
5) BALBO, Autobiografia, cit., p. 348*
fi) BALBO, Autobiografia in RICOTTI, p. 348.