Rassegna storica del Risorgimento

1837 ; FRANCICA DI PANCALI EMANUELE ; SIRACUSA
anno <1939>   pagina <1058>
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1058 Enrico Maueeri
al capezzale dei colerosi come un angelo di salvezza; egli era benedetto da mille onori che ne invocavano l'aiuto. A ragione quindi e con giusto orgoglio il venerando vegliardo può dire a sé stesso anima senza rimor­si, e come imparzialmente asserisce che Mario Adorno, ossessionato dall'idea del veleno, nella massima buona fede divulgò con eloquenza ciò che nella sua mente era divenuto salda convinzione, componendo quel manifesto che una folla di seimila cittadini impose al Pan-cali di firmare, così scagiona i siracusani dalle false accuse nemiche dicendo che il loro intento fu veramente politico e che essi vollero scuotere l'insoffribile giogo in vista di quel morbo devastatore.
Da ultimo il Pancali s'intrattiene sulle vicende ancor esse dolorose dei paesi vicini a Siracusa, particolarmente Floridia, fustigando alcuni funzionari e cittadini che ne ebbero colpa.
Egli stesso inoltre, su di un foglio a parte, indica i nomi di coloro che figurarono nel '37 e che nell'avvenire servirono sempre il tiranno e n'ebbero cariche e -Drevilegi.
Scultoree e significative sono le parole che chiudono la triste narrazione: Questi sono gli avvenimenti del 1837 di Siracusa per esser conosciuti. Si è dato il ristretto di quei fatti per non essere stranamente sfigurati; Siracusa deve comparire agli occhi della posterità qual fu sempre, e il vero, che la spinse a quegli eccessi: lo stato di quel paese era tale che doveva rompere, ed il cholera gliene diede il capimento e la ragione, e che non riuscì al suo fine, perchè mancarono coloro che aveano promesso unirsi a soccorrerla. Il tempo rivelerà tutto, e penna migliore saprà con più senno e critica descriverli.
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Cosi scrivevo nel 1914, sul periodico siracusano Aretusa (anno VI, n. 2), ed ora pur a distanza di tanto tempo trascorso, non potrei che ripetermi Però i lunghi anni vissuti lontano dalla mia Siracusa hanno colorito più vivamente ai miei occhi la visione della cara città nel tempo della mia prima giovinezza quando dalla bocca di mio padre, italianissimo di sentimenti e devoto alla causa della libertà, ascol­tavo l'eco delle tumultuose vicende che afflissero la nostra terra, lasciata 'dai Borboni 'nell'ignoranza e nell'abbandono, in quel ter­ribile flagello del colera (ed allora egli era appena diciottenne), con le gravi conseguenze che ne derivarono; ed apprendevo, fra le altre circostanze, il sito di Piazza del Duomo, presso il giardino dell'Arci­vescovado, dove caddero Mario e Carmelo Adorno padre e figlio,, insieme con gli altri martiri fulminati dai moschetti borbonici.