Rassegna storica del Risorgimento
1837 ; FRANCICA DI PANCALI EMANUELE ; SIRACUSA
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1939
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pagina
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1073
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Memorie dei moti del 1837 in Siracusa 1073
d'orzo e miele. Vedca il popolo che la verifica era esatta e quell'essere acqua d'orzo, ma gridava essere stata scambiata da quella autorità, che senza diritto l'avea trattenuta; 1 individuo fu messo in libertà, ma quell'uomo non si avvide del suo pericolo, non fuggì, ma rimase in quella città tumultuante e che non era contenta e sicura del contenuto .di quella carabina, che credea per opera della polizia cambiata.
Alcune pattuglie di buoni cittadini sconcano la città calmando la plebe, ma quella si credea delusa, e creseca in loro l'idea del veleno, andava tramisciandosi per le strade volgendo sempre gli occhi nella casa dello Scheventer, che faceva fremerli ed insospettire, non potendolo vedere in Siracusa, donde erano partili tutti li forestieri e provinciali. Il generale Tansi* che tutto questo vedea, come spettatore di una scena da teatro, si stava ad osservare e muto non prendea veruna parte a quel bollimento, che minacciava ogni momento uno scoppio formidabile e fatale in una Piazza d'armi ove po-teasi aprire un sanguinoso agone di strage e di macello* ma così correano i destini di quella terra infelice, dove ogni cosa spingea la plebe a sfrenarsi* e a malgrado tanti segni innanzi, tanti passi non destavano veruna attenzione. Per un comandante una Piazza d'armi era un delitto, ma egli non fu punito* anzi meritò maggiori ascensi, segno certo che quelli doveano essere gli ordini superiori, e qui chi ha fior di senno sei veda.
Sorgea intanto il martedì del giorno 18 luglio, ove gU spiriti disperati per le stragi di un male, che credevano opera d'uomini e non di Dio, esaltati dalle tristi novità, ardenti per la stagione facile a fantasticare* nelle cui menti la fantasia tien luogo di ragione, un'ombra è un argomento, un sospetto una prova, decisi di trovare quei tossici, poiché in quei cervelli non era altro il cholera che un veleno: erano l'ore 13 d'Italia quando una truppa di plebe scende dalla piazza della pescarla, luogo popolato sempre di minuta gente, dicendo di andare a ritrovare i tossici, e passando le strade trascinavano chiunque di gente incontrava, e sempre ingrossando giungono nella casa dello Scheventer* accerchiano quel vasto palazzo. Erano in quel giorno a caso capitati due lentinesi che per cause forensi andavono ad ottenere dalla Gran corte criminale d'essere abilitati alla libertà provvisoria: questi al vedere quella torma* che scendea, credendola gente* che venisse per arrestarli, e credendo essere quella casa il luogo della Gran Corte criminale entrarono dallo Scheventar per ricoverarsi* e sul fatto penetrava la folla in quel palazzo e inondava ogni luogo. Intanto molti cittadini di quel movimento, e dell'assalto del popolo nella residenza del Cosmorama corse a farne inteso il Patrizio* e l'obbligarono di portarsi sulla faccia del luogo ad evitare degli eccidi. Pancali si presentò sulla soglia di quella case* si fece innanzi, arringò il popolo e gli promise vendetta* e facendo ricerca con l'irritati popolani si rinvenne lo Scheventer dentro la fornace d'un camino quasi ignudo, nella stessa stanza la' moglie Maria Lepidi, un suo garzone e quei due lentinesi* che furono creduti come appartenenti a quella odiata famiglia. A quella scoverta il popolo tutto volea gettarsi contro di loro, dei fucili gli furono impostati* ma Pancali facendogli scudo pregò il popolo ad astenersi, mentre con la morte toglievono la prova dell'esacrando delitto, molto disse, ed alla fine cedendo la plebe alle ragioni del Patrizio questi prese sotto il suo braccio quell'uomo così odiato* e lo condusse nelle pubbliche carceri poco distanti da quel luogo, ed ivi lo fece racchiudere* indi ritornando in quella casa tutt'ora occupata dal popolo, fece portare la moglie in una stanza della Casa Comunale. Alcuni del popolo in quel frattempo strasci-n ato aveano al Piano del Duomo il garzone del Cosmorama e li due lentinesi e li legava a li plglieri, al che volendo riparare il Pancali li fece sciogliere, gridando sempre ohe coloro servivono a far la prova del gran delitto* e li facea tradurre nelle antiche carceri
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