Rassegna storica del Risorgimento
1837 ; FRANCICA DI PANCALI EMANUELE ; SIRACUSA
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1939
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Enrico Mauccri
dichiarali te la piazza in tato d'assedio; dì ciò profìtta il Frane ica. Invita un consigliere d'Intendenza alle funzioni d'Intendente, mentre finito l'Intendente cessare in lui il mandato, che l'uvea delegato in mancanza d'altra autorità, questi nega vasi per ragioni di salute; in sua vece chiamava il consigliere provinciale don Paolo Impellizzcri duca di S. Filippo, cui Vnccaro non avea Voluto chiamare alle funzioni ad onta che Pancali l'avea proposto per non addossarsi quella responsabilità; questi accettava ad onta di quello scorno; passo che molto gli costò all'arrivo dell'altro commissario, avendogli piazzato nella casa di quel funzionante che lo trovò in carica, un corpo di gendarmeria per custodirlo e non farlo fuggire. Egli si rivolse al Pancali per ottenere di potersi ritirare in villa, poiché travagliato da malore; Pancali propose tutti li mezzi per contentarlo, e con l'agevolazione del consigliere Kaddusa, che avea preso a funzionare da Intendente, ottenne dall'altro commissario di potere uscire dalla città, e ritirarsi in villa.
Messo in carica il duca S. Filippo, rispondea al generale Tansi sospendere quelli auissi, non sapendo in quale sinistro modo polca apprendersi dal popolo, mentre se giusto ed opportuno riusciva il giorno 18, inopportuno era oggi che ogni furia era passata, e lo spirito popolare promettea ritornare alla tranquillità, ma il Generale conscio del prossimo arrivo dell'alto Commissario, rispondea valere per lui come pubblicato, quantunque non si dasse mano a verun atto di seguito, e le autorità civili poleano seguitare il loro corso solito amministrando la giustizia, e proseguendo nelle loro funzioni, atto contrario al voluto stato d'assedio, questa condotta palliativa non accertava nei suoi principj veruna di quelle due autorità, mentre il popolo ignorando la disposizione del Generale, non cessava di costringere nelle prigioni lo Scheventer domandando il contro veleno, al che rispondea sempre in modo palliativo ed equivoco, forse a giorno dell'arrivo del rappresentante del Re, per cui il popolo maggiormente divampava io sdegno e la rabbia, che fu causa poi di perderlo, e seco Ini coloro che nelle carceri si trovavano chiusi. Quanto saggia fosse stata la condotta dell'autorità militare e civile, da quel che ne segui si rileverà.
Il Generale intanto il giorno 24 al colpo di un cannone usciva dal castello con tutta la guarnigione, a suo credere, per rimettere l'ordine, scorrca la città, senza ostacolo alcuno, passava dalle carceri, ove vi erano tanti sventurati arrestati dal volgo, e fra questi chi reo e v'erano anche inocenti; quegli infelici gli stendeano le mani, e supplicavano per portarli in salvamento al castello, ed il carceriere gliene offriva le chiavi, ma seguiva senza nessun provvedimento la sua marcia; rinnovò l'indomani la stessa scena, senza utile e riparo alcuno per cui si pubblicava chiaramente, che non solo la plebe, ma il generale benanco dava credenza ai veleni, e la sua condotta lo dimostrava senza equivoci, mentre dopo il volato stato di assedio nessuna disposizione militare dava, ma tornava con tutta intiera la guarnigione a chiudersi nel castello. A. questa condotta provabilissima, si univa una voce accreditata, che la carne, ed ogni commestibile egli ordinava che ogni giorno fosse prima fatto sperimento nel darlo a mangiare, a dei cani che tenea nel castello.
Addippiu con suo ufficio avea ordinato al fornitore del pane per la truppa, di non mettere sale nel pane, poiché si sospettava d'essere state avvelenate lo saline. Intanto il popolo non lasciava di cercare e frugare ogni luogo per il timore dei veleni. Vedendo spesso dei razzi traversare l'aria ne domandava a Scheventer la ragione, quegli dicea essere dei globetti gettati avanti, e fermentando davano fuoco, che appestavano l'aria, rispondea in ultimo essere il veleno sparso a terra, e sporca essere tutta la citta, bisognare una forte pioggia per lavarla, al che subito un ordine del funzionante da