Rassegna storica del Risorgimento

PIO IX ; CILE
anno <1940>   pagina <192>
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19* Libri e periodici
della causa italiana è necessario fondere gli spiriti e le volontà: distruggere il manici-polismo, combattere ogni tendenza secessionista, lavorare con seri propositi alla costi­tuzione di un saldo organismo militare per vincere Teserei lo austriaco. Cosi scrive alla contessa il 10 maggio 1848, il 3 luglio dello stesso anno, il 16 settembre, il 20 novembre contro coloro che non Hanno coscienza di una guerra combattili a contro un nemico potente e che del volontarismo fanno un dilettantismo ed attacca chi in Piemonte non ha fede ne* lombardi, non vuole la ripresa delle ostilità, allo spirare dell'armistizio Salasco e, più, ancora, chi permette la vita elegante de' caffè e dei salotti nella capitale del regno Sardo, dove invece sarebbe dovuto tutto approntarsi per una nuova, gigantesca disperata impresa. Il 20 novembre 1848 egli si leva contro la immoralità dello stato maggiore del generale Ramorino, cosi come il 1 gennaio 1849 prorompe in orgogliose epressioni, contro la incoscienza dei suoi contemporanei.
Luciano ba fede nel Gioberti che, dall'agosto del 1848, propugna hi ripresa delle ostilità e dà agb* Italiani un programma di azione. Ben sostiene 1* Ercole che pochi in Italia, come il Manara, furono giobertiani, in cruci periodo che va dall'armistizio Salasco alla caduta del secondo ministero del filosofo del Primato. Tutti coloro, che ostacolano il Gioberti, sono fieramente criticati dal nostro eroe, primo fra gli altri, il Brofferio che, con i suoi amici dell'estrema sinistra, conduceva nella Camera un'astiosa opposizione al gabinetto Gioberti, e, con il Brofferio, se hi prende col Guerrazzi, con il Manin per non avere compreso quale sia il bisogno di unire l'Italia in un'armonia di propositi e di volontà. Egli non ha fede nella Francia e neh" intervento francese a favore della libertà italica: con sicura chiarezza intuisce che la seeonda Repubblica non permetterà mai la formazione di un potente regno italiano, tale da turbare i suoi sogni egemonici nel Mediterraneo. E profeta si può dire il Manara quando, scrivendo il 15 dicembre 1848 della elezione del Bonaparte a presidente, in luogo di rallegrarsene, come fan molti italiani, o ciechi o in male fede, ne prevede un danno per la libertà nostra, paventando il suo intervento per ristabilire Pio IX sul trono pontificio. La sola possibilità che la penisola possegga, per conseguire la sua indipendenza, è e sarà sempre riposta in Carlo Alberto, nel Piemonte, del quale non si possono dimenticare i meriti che si è acquistati presso tutti gli Italiani.
È facile comprendere quale sia lo schianto del Manara alla sconfitta di Novara: la lettera, che il 1 aprile 1849 scrive alla contessa, è lo specchio della sua angoscia: egli soffre per l'Italia e per la sua terra: Alla Lombardia esclama bisogna rinunciarci forse per sempre: questo è un tremendo presentimento che ho! Oh! mia buona Amica, che orrendo avvenire è il nostro. E che non si ingannasse nel prevedere giorni tristis­simi non solo per la patria, ma per lui, per i suoi soldati, per la Divisione Lombarda, provarono gli eventi che, immediatamente dopo Novara, costrinsero questo corpo a peregrinare per l'Italia, fino ad essere sciolto dopo avere atteso invano di essere accolto dalla Repubblica romana. La ribellione di Luciano, contro l'offerta di abbandonare la sua Divisione per essere incorporato nell'esercito sardo, 6 nella magnifica lettera del 1 aprile 1849, così come ò chiaro il suo pensiero di non permettere che i lombardi si trovino coinvolti, o in un senso o nell'altro, nella insurrezione genovese. D suo stato d'animo è espresso, nella lettera del 14 aprile 1849, con hi parola del Poeta I fratelli hanno ucciso i fratelli . Né si possono leggere senza intensa com­mozione le parole con le quali alla donna della sua anima descrive la tragica marcia-delia Divisione Lombarda per l'Appennino, in mezzo a sofferenze di ogni specie, il 14 aprile 1849.
Comincia, ora, l'ultimo periodo della vita del Manara e il più, emozionante gruppo delle lettere, scritte alla sua Fanny. Di Giuseppe Garibaldi, Luciano non ha da prima un concetto favorevole: il 30 agosto 1848 qualifica di pazzo il suo generoso, ma vano ten­tativo di tener fronte all'Austria. Né modifica questo giudizio per molto corso di tempo: I'8 febbraio del 1849 non si scosta dalla severa critica del Nizzardo; e, anche quando con il suo battaglione è in Roma, il 4 maggio 1849,non si discosta dal suo primitivo contegno