Rassegna storica del Risorgimento
PIO IX ; CILE
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1940
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Libri e periodici 199
e la Corte non poterono ricorrere al solito rifugio siciliano in attesa di tempi migliori, e perdettero definitivamente la non semplice partita.
Francesco II disponeva di molti ufficiali generali. I più, preparati ma scettici, vecchi o infermi, comunque deboli e stanchi, divisi e gelosi, senza lede nella causa e senza ideali, avevan percorso tutta la carriera per scatti di anzianità, o per improvvisi, quanto deleteri avanzamenti dovuti unicamente al mutevole umore ed al breve capriccio del sovrano. Pedantissimi in fatto di appariscente disciplina, ambiziosi, ricolmi di ogni ben di Dio, teoricamente padroni del mestiere, ma solo per discutere, criticare ed essere sempre di parere contrario, fhnvan per soggiacere alla psicologia fatalistica ed imbelle del servo sazio e bramoso solo di godersi in pace il maltolto o malricevuto. E, però, grandi e gemali disegni, ferme risoluzioni a parole, praticamente ogni mezzo buono pur di non far nulla e di malignamente impedire ad altri di far qualcosa. Non vili, ma schivi e, senza motivo, sfiduciati.
Ne veniva apparente fidanza e rigida perfezione di servizio in tempo di pace; palleggiamento delle responsabilità, polverizzazione d'ogni sana tendenza, fatale temporeggiare, indisciplina, e conseguenti disastri in caso di guerra. Né contro valanghe di ostacoli a molto giunse mai, l'ammirevole ed intelligente fermezza del Sovrano, costretto in momenti criticissimi a vedere, a giudicare tutto da solo, a destreggiarsi malagevolmente tra gli ingranaggi di invincibilmente avverse volontà, forti solo nel demolire. Con questo di più, che i pochi buoni, quasi sempre ottimi come uomini e come soldati, per avere fiera personalità, e quindi, il più delle volte, contegno e pensiero inviso e sgradito ai cattivi colleghi, come alla Corte, si traevano presto in disparte, e lasciavan correre giù tutto disperatamente. Cosi Fianell dovette andarsene, mentre Alessandro Nunziante abbandonava e vilmente tradiva il Re, Filangieri, sdegnoso, restava in disparte, ed il solo vecchio Carrascosa univa all'impotenza dell'età, attaccamento e consigli degni di leale e prode guerriero.
Cosi le Calabrie furon perdute per l'incertezze sollevate, e gli intralci frapposti, a chi voleva doverosamente ed intelligentemente operare, da miriadi di marescialli e di generali buoni sempre ad accapigliarsi in Napoli, favorendo i sotterfugi le miserie, le vergogne, più o meno aperte del Yial, del Ghio, del Mei end ez e di altri. Le Puglie caddero per l'insania del Flores e del Bonanno. Le difese di Abruzzo si vennero sgretolando per l'ineffabile debolezza del Pirella. E tanto contro e malgrado l'opera veramente meritoria di alti gregari, come il Castagna in Basilicata, ed il Trigona.
L'inframettente ed ambigua, per non dir altro, condotta dei capi, il graduale sfasciarsi della compagine della marina, cose tutte generate, fra l'altro, dal crescente desiderio di non compromettersi oltre ogni segno per far carriera in campo avverso, le gravi manchevolezze manifestatesi cosi nell'armamento di alcune piazze, come nei -ripieghi tattici di alcuni reparti, produssero, fatalmente, negli ufficiali di reggimento e nei soldati, quasi tutti singolarmente esperti ed incrollabilmente fedeli, la dolorosa ed insinuante convizione d'esser vittime, in una col Re, d'infiniti e continui tradimenti. Donde corpi, che si sbandano e rifiutano di eseguire mosse, ordini, apparentemente non chiari, o addirittura sospetti, con relativi disordini, saccheggi, e finale marasma dell'alto in basso ed a contrario, a tutto profitto d'un nemico svelto e pronto a trar fratto da singolarmente favorevoli circostanze.
In tal modo, fra risoluzioni energiche e ben architettate dal Re, contrordini vani o maligni di generali fidati ma in cattivo accordo, e troppo ciechi o saccenti, .fra l'imperversar Bubdolo di insidie esterne, di bassezze annidantisi ne' gabinetti di ministri spergiuri, nelle stanze stesso di principi ambiziosi e senza dignità, Napoli fu inconsideratamente sgomberata, troppo presto per le forze disponibili e pel pericolo che correva, troppo tardi per trarne vero vantaggio, non senza fulgori d'oscuro, disinteressato, collettivo e nobile senso del dovere.
Poi la guerra divenne pei borbonici un ramoso succedersi di sventurati contrattempi* di buone occasioni perdute, di nuove e snervanti incertezze, di promettenti