Rassegna storica del Risorgimento

BONAPARTE DI CANINO CARLO LUCIANO ; ROSSI PELLEGRINO
anno <1940>   pagina <538>
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538 Libri e periodici
illogica nella forma del discorso, innamorata della frase C della paiola cruschcvole, concisa o prolissa, pugnace senza misura contro presunte viltà o ipocrisie sul Cento-fanti, sul padre Gavazzi, il Santini esamina l'arte oratoria degli uomini più fattivi dell'Italia settentrionale durante il 1848-49. E ci parla di Daniele Manin, in cui sembra essersi tramandata la gloriosa solennità de* Dogi; di Nicolò Tommaseo, che, pnr non avendo facilità e sicurezza di espressione, conquista le assemblee per la profondità del sapere e la sincerità del sentimento. Sotto la apparente freddezza il Da bua la cela un potente lirismo patriottico che trova la sua espressione immediata ed efficace nei ricordi del passato glorioso di Venezia e nel fatto che il sacrificio e la rinunzia al proprio interesse sono divenuti la sua ragione di vita.
Pagine dense di pensiero l'A. consacra, giustamente, al Parlamento Supalbino, nel quale prcparavasi, in sostanza, l'immediato avvenire della patria. Egli, con savia sentenza, riconosce la impreparazione de' parlamentari del Regno Sordo, associati, in questo difetto, a' loro confratelli degli altri principati italici, ma afferma che in qual­cosa essi si distaccano da' deputati napoletani, romani, toscani; nella sincera lealtà monarchica, dovuta per massima parte a Carlo Alberto, che non aveva concesso lo Statuto, per opportuno fine politico, ma per convinzione che tale fosse il suo dovere di principe. Nella Camera Subalpina, quindi, il potere esecutivo non fu intralciato come negli altri parlamenti.
Ma profondi furono i dissensi che si manifestarono, d'ogni specie, e di conseguenza, ardenti le polemiche, ricchissima la produzione oratoria. E il Santini ci rappresenta efficacemente gli uomini più salienti della Sinistra, cui, in molta parte, si dovettero i tragici giorni che corsero dal dicembre del 1848 al luglio del 1849. Angelo Brofferio, oratore nato, la cui influenza pericolosa in tutto il periodo dalla prima guerra dell'indi­pendenza alla liberazione del Veneto deve essere scientificamente ricostruita, celava la superficialità del pensiero, il semplicismo e la troppa mancanza di senso politico sotto una forma smagliante; si che egli fece più male che bene. E con chiarezza lo vede l'A. quando afferma la sua incapacità ad intendere il programma del Gioberti e del Cavour. Dell'eloquenza dell'autore del Primato il nostro parla con conoscenza degli nomini e dei tempi, come esatto è il suo giudizio sopra Massimo D'Azeglio, oratore nel Parlamento Subalpino, chiamato dalla fiducia generale a liquidare la politica che aveva condotto a Novara e preparare le vie al Cavour. Il Santini scrive, ed a ragione, che Massimo possedeva una parola e che aveva l'impronta della schiettezza, della dignità, della grandezza morale del suo carattere.
Questo secondo capitolo dell'opera del Santini non poteva più degnamente chiu­derti che parlando della eloquenza del Cavour. Il quale, entrato nel Parlamento Subal­pino del 1848, non solo era impreparato ai dibattiti della Camera, ma non possedeva la minima virtù dell'oratore, non essendo neppure padrone della lingua italiana. L'A. ci espone la fatica compiuta dal grande statista per rimediare a tante deficienza, sì da riuscire il maggiore oratore del Parlamento con la parola, se non elegante, sempre efficacissima, mai tronfia e vuota, lucida e sferrata, nutrita da intuito politico e di cal­colo sicuro, capace di alta italianità . Il Santini lo segue momento per momento nella sua attività di oratore, nel Parlamento, nei Congressi diplomatici, e riporta le parole più salienti de* suoi discorsi per la cessione di Nizza, per l'intervento in Crimea, per l'attentato Orsini, fino alla memorabile orazione del 25 e 27 marzo 1861 per la questione romana.
Alla eloquenza cavourriana si contrappone quella di Garibaldi, che, essendo uomo d'azione e quindi non fecondo parlatore, si rivela più che nei discorsi, nei pro­clami. Sincerità e potenza espressiva sono le caratteristiche della oratoria garibaldina. L'A. ce lo dimostra riferendo passi perspicui di alcuni proclami del Nizzardo e delle più notevoli sue orazioni, scritte o pronunziate nel 1848, nel 1849 a Varese e Firenze, il 1849 in Roma, il 2 luglio, il luglio del 1866. E dialetticamente, parlando della efficacia dei proclami garibaldini, l'A. non può tacere la oratoria potente di quella dei proclami