Rassegna storica del Risorgimento

AZEGLIO, MASSIMO TAPARELLI D'
anno <1940>   pagina <648>
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648 11 Galantuomo politico
Giuseppe Ricciardi. È chiaro che se egli si pone tale quesito, ad unità appena raggiunta, è segno che il galantomismo di Massimo d'Azeglio ha compiuto molta strada, obbli­gando i rivoluzionari a detergersi di quella fuligine delle vendite e delle tararne tenebrose ch'era loro rimasta appiccicata addosso; nel clima nuovo, e nella vittoria della destra storica, la setta avverte il bisogno di apparire sotto una luce naturale ed umana, di repudiare il romanticismo vizioso e truculento, e mostrare di aver sempre seguito una morale men procellosa di quanto si creda ! Ecco Giuseppe Ricciardi col suo romanzetto quasi autobiografico Silvio ossia memorie d'un galantuomol) voler quasi dire che il vero galantomismo deve rinvenirsi nell'azione umanissima, ignorata e misconosciuta, dei cospiratori. Due episodietti basteranno a illustrare la tesi. Silvio interviene a Bolo -gna a una riunione di gran maestri. Si pone a partito la morte d'un carbonaro fattosi traditore della setta; Silvio osa contrastarla, dicendo: siagli pena bastante l'infamia che il suo tradimento gli ha procacciata, e sparisca dai nostri statuti la brutta Iegg e, che mani purissime d'ogni colpa condanna talora a contaminarsi di sangue. Incorre, naturalmente, nell'ira dei capi, che gli rammentano il giuramento imposto ai settari. Ma Silvio con fermissima voce: il mio sangue giurai di dare all'Italia, non già di spar­gere quello d'Italiano, comechè indegno di cotal nome! Il truce partito fu messo da banda, né si creda che rimanesse un'eccezione; Silvio ha cura di apprenderci ehe d'al­lora in poi l'uccisione dei traditori fu tollerata più presto che imposta dalla Carboneria.
A Parigi, disperato dopo il fallimento carbonaro del '31, risolve di morire fra i tanti modi di morte eleggendo quello che l'inopia mia stessa rendea facilissimo, quello, cioè, dell'inedia. Morte economica, si, ma atrocissima e lenta, così atroce e così lenta che l'ostiera, una provenzale lussuriosa dagli occhi di fuoco, ha tutto il modo e il tempo per salvarlo, e l'oste, ottima pasta d'uomo, lo assume a segretario dell'albergo. Silvio si riconcilia con la vita, è quasi felice di guadagnare due franchi al giorno, ma quella terribile femmina aumenta in protervia, com'egli aumenta in virtù nel resisterle, quasi novello Giuseppe a tu per tu con la famosa mogli era di Putifarre, finché sentendosi so­verchiare, fugge per non rimeritare in modo indegnissimo l'uomo che l'aveva beneficato.
Un galantuomo a tutta prova, come si vede, questo vecchio mazziniano, e non uno scellerato e un grassatore, come l'avrebbe qualificato H Galantuomo di Firenze. Perciò ha ben egli il diritto di fare una morte cosi serena che Socrate e Catone l'Uti-cense lo invidierebbero; e, morendo, può con serena coscienza esprimere agli amici questo unico desiderio, che sul sasso che coprirà le sue ossa sìa incisa questa semplice iscrizione: TOMBA D'UN GALANTUOMO..
Con questo romanzetto del Ricciardi, prezioso per la revisione che la sinistra, sotto la spinta degli avvenimenti, era costretta a fare della propria posizione, si può considerare concluso il ciclo del galantomismo politico del Risorgimento.
Fu, in breve, la marcia d'una idea morale che ritemprando il carattere degl'Ita­liani, e stringendoli con vincoli di fiducia e di devozione alla Monarchia vittoriosa li abituò a mirare al di sopra delle pregiudiziali di partito, delle manovre e degl'intrighi; fu la vittoria d'un'idea morale che sotto gli auspici d'un grandissimo Re rese possibile e utile la rivoluzione, fornendole, in unità d'intenti, tutte le armi politiche, e del­l'esercito e della diplomazia piemontese, e facendola poi rientrare compiutamente
nell'ordine costituito.
GIUSEPPE DE MATTEIS
i) Silvio ossia memoria d'un galantuomo trascritte da GIUSEPPE RICCIARDI, Napoli, Stamperia del Vaglio, 1864.