Rassegna storica del Risorgimento
AZEGLIO, MASSIMO TAPARELLI D'
anno
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1940
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pagina
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653
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Libri e periodici
653
Un indice delle persone e degli autori completa questa fatica- che come abbiamo detto deve pur considerarsi grave e coscienziosa, e che rappresenta indubbiamente il più largo contributo di documenti dato sin qui alla biografìa del padre Bassi Prato ZAMA
ÀNBBEA VANACORE, Napoli e le sue relazioni con VOriente dal 1853 al 1856. Napoli, Loffredo, s. a. (1938), in-16< p. 115.
A costo di una piccola crudeltà, dobbiamo confessare che, in diretta ragione della nostra ignoranza sui concreti rapporti tra Napoli e le Potenze orientali nell'ultima età del dominio borbonico, grande era l'aspettazione di novità messaci in corpo dal tìtolo di questo libretto. Ma abbiamo dovuto accorgerci subito del valore a un tempo estensivo e ristrettivo dell'espressione usata dal Vanacore, perchè vi si parla semplicemente dell'atteggiamento del Governo napoletano di fronte alla rinnovata questione d'Oriente e della reazione europea alla malfida politica del Borbone. Anche cosi limitata, la ricerca presentava un certo interesse: perchè, se è vero che a isolare dentro e fuori del Regno la dinastia avevano già contribuito la defezione nella guerra santa, la violazione del patto costituzionale e l'incongrua reazione del decennio, l'ostinata diffidenza verso la monarchia sabauda e il regime napoleonico, le più volte rinate contese doganali colL'In-ghiltcrra, e, finalmente, il troppo ardito proposito di Ferdinando di sostituirsi all'Austria nel capeggiare la. restaurazione assolutìstica in Italia, che lo portò a mandare all'aria nel 1851 la proposta lega politica italiana, e ad assentarsi dagli accordi doganali ferroviari e postali dell'anno seguente, a mutare in ostili là il disinteresse anglofrancese per le sorti italiane della casa borbonica servì magnificamente la sua subdola neutralità nel-conflitto russoturco.
Storia, però, che, per essere troppo già ben disegnata nelle lince generali, meritava una ritrattazione solo nel caso, che si fossero voluti utilizzare i documenti delle cancellerie europee messi in luce negli ultimi decenni, e meglio ancora, togliendole alla polvere degli archivi, quelle carte napoletane, che, più che i già noti rapporti diplomatici del Regno con le Potenze occidentali, valessero a illuminare gli assai più oscuri con la Russia e con la Turchia. Qualche ricerca in questo senso pare, veramente, fatta dai Vanacore, almeno per quanto riguarda gli approcci del gabinetto piemontese per un intesa con Napoli (pp. 8590); ma qui non si vede, né deve essergli giovata ad altro che a ripetere, in forma più ingenua, quanto, con riserva, aveva, a suo tempo, deciso Nico-mede Bianchi, che, cioè, unico studio (della diplomazia napoletana) era quello di comprendere a fondo l'animo del Re, non andare contro il suo volere, e pur di non incorrere nelle di lui disgrazie riferire financo notizie non esatte, badando solo a quello che gli avrebbe recato piacere. Intanto, non è sicuro che quei diplomatici scelti da Ferdinando col criterio del lealismo legittimista non condividessero spontaneamente le vedutedel Re, e, tutt'al più, peccassero di esagerazione, per cieco attaccamento alla monarchia assoluta e ai suoi metodi, più che per terrore dell'iracondo sovrano: ma, posto verissimo il contrario, non si fa che trasportare la responsabilità di quella politica estera al Re, che tutta e volentieri se l'accollava, senza, per questo, trovarne la spiegazione. Naturalmente, non ci attendiamo da nuove ricerche il capovolgimento della constatazione già fatta, quasi ufficialmente, dallo stesso Cavour nei suoi rapporti ai ministri francese e inglese ai margini del Congresso parigino, che un seguace dell'tc/eo orientale (l'assolutismo) non poteva fare a meno di abbracciare, sia pure con cautela, le parti di quella Russia, che più energicamente e attivamente la incarnava: pure un'azione politica organicamente svolta è sempre ricca di pieghe e di sfumature da svolgere e da iUunùnare.
Punti oscuri da chiarire non mancano: la missione straordinaria a Napoli del conte Potocki nel 1855, il rapido ritrarsi di Ferdinando dall'assistenza alla Rùssia, quando la questione da religiosa volge a politica, e, specialmente, il carattere e l'estensione