Rassegna storica del Risorgimento
AZEGLIO, MASSIMO TAPARELLI D'
anno
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1940
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pagina
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654
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654 Libri e periodici
delle iterate richieste di alleanza napoletana da parte dei collegati occidentali, che N. Bianchi affermò sulla fede di un dispaccio dell1 Antonini da Parigi in data 16 giugno 1853, e che il nostro ripete senza indicazione di fonte (p. 81). Il significato di una simile richiesta non è facile a intendere, quando si rifletta che l'intervento piemontese si volle garanzia necessaria per eliminare il pretesto austriaco di un temuto attacco alle spalle in caso di azione sul fronte orientale, e che una ragione del genere non si poneva nei confronti del Napoletano, e si ricordi che Ferdinando aveva, si, riordinato il suo esercito in forme esteriori assai brillanti, e disponeva di una flotta molto pregiata, ma privi, l'uno e l'altra, da un pezzo di quella vera fama militare, che sorge solo dalle guerre combattute, e sospetti, per giunta, a onta di ogni apparenza, di scarsa disciplina interiore.
Un esame attento di quello che il Vanacore chiama voluminoso carteggio diplomatico (p. 79), e del quale ci dà tanto scarse primizie, avrebbe anche potuto spiegarci la momentanea eclissi dei rilievi sul malgoverno napoletano nelle rimostranze piemontesi presso il governo di Francia per indurlo a impostare la questione italiana nel Congresso. Com'è noto, alla violenza con la quale Cavour attaccava il Borbone nella lettera del 21 gennaio 1856 al Walewski, insinuando, addirittura, la necessità della decadenza di quella dinastia per assicurare un regolamento duraturo civile e pacifico dell'Europa, non fa riscontro il Memoriale del febbraio sur les moyens propres a préparer la reconstUution d'Italie, nel quale la questione napoletana è accennata fugacemente, non prospettata di proposito e con vigore. Gli è che Napoleone, volto a procurarsi l*a-poggio della Russia tutta amica del Borbone, aveva fatto sapere, in quei giorni, che non avrebbe potuto insistere per nulla più che un'amnistia politica; Atteggiamento, da scorare il Cavour al punto che la nota verbale del 27 marzo dei plenipotenziari sardi ai ministri di Francia e d'Inghilterra si limitava alla sola questione dello Stato Pontificio. Di modo, che l'attacco sferrato contro il Borbone, nella seduta deU'8 aprile, dal Walewski, che trattò assai rimessamente il Papa, e la doppia dose che il Qarendon aggiunse per l'uno e per l'altro, aggravando la mano su Roma, costituiscono quasi un colpo di scena. Ferdinando, sicuramente, contava, per uscir d'imbroglio, sul doppio gioco delle tendenze della Francia e dell'Inghilterra a riaccostarsi, rispettivamente, alla Russia e all'Austria, suoi naturali santi protettori; e che non era tutto fuor di strada ai vide nell'accordo mediato dall'Austria nel 1858 tra Napoli e Londra per l'incidente del Cagliari, sotto il duplice impulso dei dissapori anglefrancesi conseguenti all'attentato del 14 gennaio, e della successione del Malmesbury al Qarendon nel gabinetto britannico, col relativo pericolo di isolamento della Sardegna nel conflitto, che solo l'infinito accorgimento della diplomazia piemontese riusci a evitare. Ma ora, nel 1856, come e fin dove la diplomazia napoletana ebbe sentore del pericolo; e, se l'ebbe e riuscì per un momento a parare il colpo mancino che le preparavano i piemontesi; quali nuovi fatti fecero tracollare la bilancia a suo danno nella prima settimana dell'aprile? Una risposta positiva ci permetterebbe di valutare con esattezza Udisinteressaio appoggio degli Occidentali alla manovra celeberrima del Cavour nelle sedute accessorie del Congresso.
Assai poi ci meraviglia (p. 43 seg.) l'interpretazione dell'intervento piemontese, che è propria della più bassa manualistica, come di un gioco preordinato nella mente del Cavour per trasferirsi abilmente nelle alte sfere della politica europea, mentre è ben nota l'angosciosa vicenda delle trattative culminata nella conferenza ministeriale con i rappresentanti inglese e francese, che mise il Cavour e i colleghi di fronte al triste dilemma di un intervento senza contropartita o di uno spaventoso isolamento, col pericolo di dover subire, per giunta, la marcia degli alleati attraverso il Piemonte, in caso di un intervento austriaco in Oriente. Situazione di tutt'altra politica che spontanea, aggravata dal solito tentativo britannico di far passare gli alleati per mercenari, anche dopo che la sottile insinuazione originaria di un'alternativa tra l'assolda mento di truppe piemontesi e l'alleanza era stata sventata dalla decisione del gabinetto piemontese! Che quella cosa, credo, poco osservata sarebbe stata la condizione delle