Rassegna storica del Risorgimento

AZEGLIO, MASSIMO TAPARELLI D'
anno <1940>   pagina <655>
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Libri e periodici 655
truppe sarde in Crimea, se il Gran Visir, sotto specie di risentimento per la disinvoltura con la quale il Governo piemontese interveniva in Oriente senza preliminari accordi con la Torchia, ma, in realtà, per svincolarsi dal tentato infeudamento britannico, non avesse dato modo al Regno di Sardegna di stringere con la Porta una convenzione poten­ziata di eccezionali e onorevolissime forme cancelleresche. Dimenticanza, questa, che* unita all'altra di non aver rotto a tempo i rapporti con la Russia, fa poco onore alla saggezza diplomatica del Cavour e si spiega, appunto, colTimbarazzante situazione creata al gabinetto piemontese dalla spregiudicata pressione anglefrancese.
Proprio di questi giorni, Pietro Silva, commentando (Il Messaggero, 14 febbraio 1940XVili) la recente pubblicazione dei documenti europei relativi all'intervento piemontese fatta da Franco Valsecchi, affermava che essi modificano quasi radical­mente la visione degli avvenimenti del 1854-55 foggiata negli anni gloriosi del Risor­gimento e rimasta poi dominante nella tradizione: e cioè la visione secondo la quale l'accessione del Piemonte nell'alleanza delle Potenze occidentali sarebbe stata un'abile mossa con cui il Regno Sabaudo potè prendere nell'alleanza stessa il posto che avrebbe potuto prendere l'Austria, e isolare cosi l'Austria dalla Francia e dafi'Ingbilterra, e preparare l'alleanza franco-piemontese del 1859, Se fosse vero che quest'opinione trova la sua radice proprio negli anni gìoriosi e che per metterla da parte bisognava arrivare al 1940, e al libro del Valsecchi, il nostro Vanacore sarebbe in parte giustificato della nostra severa critica. Ma purtroppo sia detto con tutto rispetto dell'illustre studioso, del quale abbiamo riferito le testuali parole le cose stanno assai diversa­mente. Già nel 1870, a poche tappe di storia dall'impresa, Nicomede Bianchi, pubbli­cando il settimo volume della sua Storia documentata della Diplomazia europea in Ita­lia, dava un'accorata e ricca rappresentazione dell'armeggio, e diciam pure della pre­potenza con la quale le Potenze occidentali, nell'egoistico scopo di assicurarsi il concorso austriaco, costrinsero il piccolo Piemonte a un sacrificio, per allora senza compensi, contrario ai suoi contingenti interessi di sicurezza, e al voto unanime di una ripresa offensiva in terra italiana. E, in quanto a tradizione, dobbiam credere si tratti di quella peste dei libercoli scolastici che, per ignoranza di compilatori, o per tendenziosità di tempi, ha travisata tanta parte della storia del nostro Risorgimento. A questo punto magari a costo di una breve digressione ci sia permesso di dissentire ancora dal Silva, quando vuol rappresentare la mossa piemontese come segno tangibile di una costante politica antirussa della Casa di Savoia, e di un suo vigile timore di perturba­mento dell'equilibrio mediterraneo, ricordando che una mossa obbligata non pud logicamente, avere cosi alte giustificazioni, e che i discorsi e i documenti con i quali il Cavour sì sforzò di mascherare agli occhi del gran pubblico decisamente ostile all'im­presa la dolorosa realtà dell'ora, alleviata soltanto dalla fiducia che qualche cosa, alla fine, ne sarebbe pur venuta fuori, da potersela lavorare per il maggior bene dell'Italia, sono segno di animo grande e paziente, di maestosa abilità di governante, non di esatta valutazione storica del momento.
Queste, e alcuno altre cose avrebbe potuto, se non chiarire a forza di carte spol­verate, almeno discutere il Vanacore, il quale non fa, in fondo, che riassumere, e male, con ripetizioni, e sviste, cose notissime e niente, spesso, aderenti all'argomento. Insuf­ficiente affatto, poi, la bibliografia, e andantissima la forma. Ora, ai giorni nostri, la storia è scienza, e non letteratura! ma, quando la storia è storia d'Italia, anche la forma deve essere, se possibile, squisitamente italiana, POMPEO FALCONE
DONATO COSTANZO EULA, Lavi Gazzétta del Popolo nel suo novantesimo anno. Società Editrice Torinese, Torino, 1938-XVI, p. 166. L. 30.
Il 16 giugno del 1848, nel fervore della prima guerra di redenzione, a Torino, in un piccolo ridotto di via Stampatori, ove trovarono subito accogliente ospitalità gli esiliati e i profughi in Piemonte, usciva alla luce la Gazzetta del Popolo. U nuovo quotidiano,