Rassegna storica del Risorgimento
1859 ; ANNESSIONI ; AZEGLIO, MASSIMO TAPARELLI D' ; ROMAGNA
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anni sono, la Caso, il silenzio che fanno sulla professione di carbonarismo i lunghi elenchi di comuni banditi da lei visti nell'Archivio foggiano, e troppo sottile per convincere.
Alla diffusione della setta in Capitanata, oltre la ricordata Fiera del Maggio, assai dovette contribuire la grande transumanza delle greggi d'Abruzzo e di Lucania nel Tavoliere, che metteva a contatto per mesi interi centinaia di migliaia di uomini nella solitudine degl'immensi pascoli, dove, come narra il Croce sulla fede di tradizioni dei suoi vecchi d'Abruzzo, era facile distribuire catechismi, fare iniziazioni, e, sotto-specie d'innocue festicciole pastorali, celebrare pantagruelici travagli di masticazione. Final mente, l'improvvida politica dei Borboni, che col decreto 13 gennaio 1817 riportò a pascoli, con minaccia di gravi sanzioni ai trasgressori, gran parte del territorio della antica Dogana della Mena delle Pecore, che nell'età giuseppina e murattiana era stato ridotto a cultura. Grave, il provvedimento per i proprietari che n'erano colpiti; ma più grave il significato politico del gesto. Ne dovettero tremare privati e Comuni, che dall'eversione della feudalità avevano tratta ragione di ricchezze, e più ancora, mentre pendevano infinite controversie fra gli antichi feudatari e le Università e i già vassalli. Si profilava un regime disposto a cancellare per gradi le conquiste del passato, e proclive a politica cortigiana, se non addirittura al ristabilimento degli antichi privilegi, sognato in modo non sempre ben celato dagli aristocratici sul tipo del Canosa. Quali garanzie che il Governo si sarebbe fermato sulla china delle restaurazioni? I Borboni erano rientrati nel Reame con esplicito patto di conservare le forme amministrative del Decennio; ma quel patto era stato negoziato più in vista dei particolari interessi dei funzionari murattiani, che non di quelli della comune cittadinanza. La restaurazione si era compinta, in gVan parte, su quella che potremmo chiamare la ottona fede contrattuale: a differenza di quanto era accaduto per i parenti del ramo francese, che avevano giurata una costituzione. I problemi propri di una restaurazione borbonica si presentavano, tuttavia, pressoché identici a Napoli e a Parigi: necessità di ricompensare gli emigrati e i fedeli che non avevano chieste o non accettate cariche nella cosiddetta occupazione militare, di guardarsi dai giacobini, dai novatori, dagli amici del regime debellato, di provvedere alla sistemazione del bilancio, senza rinunciare all'adempimento delle eterne promesse di lavori pubblici e di riforme amministrative, scolastiche, e simili, colle quali si pensava ecclissare il recente ricordo di un'età fastosa e viva di movimento economico. Napoli aveva le mani libere: l'illimitatezza del potere assolato costituiva una minaccia di facili arbitrii e di ritorni al passato. Bisognava imporgli un freno legale, che scongiurasse il pericolo. Così nelle menti di uomini, in fondo semplici, di vita affatto rurale, ingigantiva il mito della Costituzione, tanto più venerabile quanto ignoto: e la setta che aveva già gridato quel nome in faccia a Murat, reclamandolo garanzia di indipendenza del Regno dalla politica dell'Impero e dai francesi, lo replicava ora al Borbone, a scongiurare l'ingerenza austriaca e a pegno, per la gran massa, di conservazione del benessere acquistato, e di sicurezza che nessun mutamento di sistemi, nessuna nuova gravezza piombassero sul collo dei. terrieri, Senza l'assenso di un'assemblea. Costituzionalismo vago: che, come osserveremo innanzi, nnUa si sapeva, ne pare si discutesse, della forma e dei particolari della futura crtetituzìone.
Cosi, dunque, per un complesso di ragioni e di circostanze, la Capitanata diveniva la terra promessa della Carboneria. Notevole contrasto con le vicine regioni del Molise e della Pencezia, dove lento e poco vivace il progresso dell'affiliazione: e ben se né videro le conseguenze nei primi giorni del movimento. Nel Molise, ad esempio, ancora il 9 luglio, un battaglione di bersaglieri minacciava la reazione. 13 la costituzione era firmata già da due giorni dal Vicario Generale 1 II vessillo tricolore era inalberato a Larino soltanto il 6; il 7, a Campobasso, dall'aiutante generale Maio, Inseguito subito dai trecento bersaglieri del tenente colonnello Consoli; a Montelongo, a ventun'ora dell'a; a Molitorio, un'ora piò tardi. Nò meglio andarono le cose nella vicina Terra