Rassegna storica del Risorgimento
STORIOGRAFIA
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1941
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Alberto M. GhisoXberti
saldamente fìssi ai principi del retto e del giusto.1) A questo fine è deliberatamente, rivolta la conclusione della Storia: Furono adunque nel 1866 non solamente lacerati per la nostra penisola gli infausti trattati del 1815, ma moralmente compiuto e diplomaticamente sancita la sua indipendenza e la sua unificazione politica. E sebbene i moti non fossero stati sempre adeguati alla giustizia ed alla santità della causa; sebbene alla pertinacia del combattere e del distruggere non in tutto avesse corrisposto la sapienza nello edificare; sebbene all'eroismo dei caduti male rispondesse la grettezza di tanti superstiti tra le buone e le tristi venture del paese impinguati cinicamente; è pur d'uopo concedere che la nazione italiana in pochi anni ha condotto presso che a termine una opera, a compiere la quale Francia, paese eminentemente unitario, consumò otto secoli* dai primi Capeti alla Convenzione, e la compì senza invocare il diritto di conquista, senza subire tirannidi livellatrici; un'opera la quale apparirà negli annali futuri tra le più segnalate del secolo XIX.?)
Restavano tuttavia alcuni lembi d'Italia allo imperatore, lèon-tesigli invano dalle nostre armi e dalla nostra diplomazia; altri rimanevano aderenti alla federazione elvetica; altri alla Francia, che l'Italia non poteva contrastarle senza opporsi al voler popolare, principio giuridico della sua propria esistenza; restava un'isola alla dominatrice dei mari; restava al pontefice cospicuo tratto dell'antico dominio, e Roma, anelando alla quale gli Italiani negli ultimi tempi s'erano accumulati davanti ostacoli immensi... Bene a ragione adunque Vittorio Emanuele diceva, L'Italia è fatta, ma non compililo; espressione ch'ebbe plauso come una speranza, come una promessa. Ma un altro significato, che forse non era nella mente del dicitore augusto, avevano quelle parole; ciò che manca all'Italia è ben di maggior momento che non qualche lembo di territorio, od una illustre città. Manca all'Italia quello spirito di operosità infaticabile, pel quale possa trarre profitto da tutti i doni a lei dalla natura largiti; non per bastare a se stessa, ma per far che le sue industrie, i suoi commerci non soccombano al paragone con quelli dei grandi, ed anche di qualche piccolo Stato; manca all'Italia quella diffusione di cultura, quella gravità di studi sani e severi, che servano di norma e d'incremento alla
l) BELVTGLIERI, Scritti storici, pp. 6,15,17. Per lui l'efficacia morale della storia consiste nell'azione che questa esercita sulle idee, sulle opinioni, sui costumi: idee ed opinioni che per vie multiformi propagandosi dalle classi dotte e culte alle inferiori, finiscono col diventare generali; idee ed opinioni, che prevalgono insensibilmente, sottraendosi per la loro natura alia vigilanza delle istituzioni conservatrici ed all'azione immediata delle leggi; e che, informando costumi e desideri divengono causa effettivamente di rivolgimenti sociali sciagurati o felici, ma inevitabili, del sorgere o languir delle genti: il quale, dentro limiti assai ristretti e da osservatori superficiali, può riferirsi alla saggezza o alla dappocaggine d'un principe, ad una battaglia vinta o perduta.
z) Questo senso della grandezza dei risultati raggiunti è nobilmente espresso dal Settembrini, in una pagina delle Ricordanze'. Noi dopo di aver dato al mondo l'impero romano ed il papato, dopo di aver insegnato all'Europa tutto quello che sa, e di aver prodotti i capiiavori nell'arte moderna, cademmo in un abisso di servitù e di miserie, e perdemmo sbianche il nome di popolo: e pure risorgemmo, ci unimmo, in uno stato, rifacemmo l'Italia che ora ai asside fra le grandi nazioni, ed ha un altro grandissimo ufficio da compiare, trasformare la coscienza cristiana di tutti i popoli civili. Senza grandi e singolari facoltà molali e civili non si fa tutto questo, non si risorge, e a questo modo, e con questo fine. Senza superbia adunque e senza voler dispregiare nessuno, si può dire che noi siamo naturati ottimamente, LUIGI SETTEMBRINI, Le ricordanze della mia vita, ed. Omodeo, Bari, 1934, p. 148.