Rassegna storica del Risorgimento

1848-1849 ; GARIBALDI GIUSEPPE
anno <1941>   pagina <532>
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552 G. Palumbo Cordelia
non caserma, non munizioni, ma avvisaglie continue, marce forzate e fazioni alla baionetta. Chi ama la Patria venga e mi segua.
Garibaldi prese la via di Tivoli con la intenzione di giungere a S. Marino, ride­stare lungo il percorso il patriottismo delle popolazioni e accrescere la falange dei suoi volontari, raggiungere il mare e salpare in aiuto di Venezia.
Quattro eserciti furono impegnati a chiudergli il passo e catturare lui ed i suoi: il francese nel territorio del Lazio, il borbonico sorvegliava le vie per gli Abruzzi, gli spagnoli nella Sabina, gli austriaci col generale D'Aspre asserragliavano i confini della Toscana. A Terni a Garibaldi si unì l'inglese colonnello Forbes con 900 uomini. La riti­rata fu un portento di ardimento, un miracolo di salvamento. Inoltrandosi per aspri sen­tieri per sfuggire alla caccia instancabile e pertinace, le difficoltà e i disagi crescevano e scemavano le scarse energie di Anita. Così essa si esauriva; i legionari disertavano per diminuita resistenza più che per scampare al pericolo della cattura. Giunti a S. Marino, il 1 agosto, dopo una marcia perigliosa, Garibaldi scrisse sul gradino di una Chiesa amo* di ordine del giorno: Militi, io vi sciolgo dallo impegno di accompagnarmi. Tornate alle vostre case, ma ricordatevi che l'Italia non deve rimanere nel servaggio e nella vergogna!.
Mentre Garibaldi conferiva con la deputazione di S. Marino, un corpo austriaco raggiunse la retroguardia garibaldina, creando panico e confusione.
Il generale austriaco fece una intimazione al Governo di S. Marino, il quale mantenne i patti convenuti precedentemente con Garibaldi: deporre le armi in territorio neutro e ognuno libero di ritornare al proprio domicilio.
Garibaldi deciso a raggiungere Venezia con quanti gli erano rimasti fedeli, invocò da Anita, stremata di forze e in stato di avanzata gestazione, di accettare l'ospitalità dei Sanmarinesi. L'energica donna volle risolutamente non staccarsi dal compagno della sua vita. Con la guida di Galapini di Forlì raggiunse Cesenatico ed ottenne dalla muni­cipalità che fossero messe a sua disposizione le barche necessarie per imbarcarvisi con la sua gente.
Salpati da Cesenatico, in tredici bragozzi, dopo una furiosa tempesta, cui seguì una notte di plenilunio, a levante della punta di Goro si imbatterono nella flotta au­striaca e fatto giorno i garibaldini furono cannoneggiati dalle navi austriache: alcuni bragozzi si erano arresi; gli altri si diressero verso la costa, ove ne giunsero solo quattro portanti Garibaldi e Anita e i più fedeli. Garibaldi prese sulle braccia la sua Anita e la depose in luogo appartato. Ai suoi disse di separarsi e cercare scampo come meglio potessero. Si accomiatò affettuosamente da Ugo Bassi, da Ciceruacchio. Con questi erano due figli ed altri sei. Furono catturati e fucilati sul posto. Ugo Bassi prima della fucilazione subì la tortura e gli furono negati i Sacramenti.
Garibaldi restò solo con Anita e il tenente Leggero, che lo aveva seguito sempre, pensoso e indeciso sul da farsi. Disse a Leggero di cercare attorno se vi fosse un riparo per la sua amata. Di lì a poco tornò col colonnello Nino Bonnet: ferito a Roma era ve­nuto nella sua casa per curarsi. Avendo sentito le cannonate presagì il fatto e venne al lido. Bonnet trovò una casupola per ricoverarvi Anita e poi la trasportarono in una casa della sorella di Bonnet. Indi, traversando parte delle valli di Comacchio, si avvia­rono alla Mandriola, ove trova vasi un medico. Anita era adagiata su di un materasso trasportato da un baroccio e col materasso la deposero su di un letto.
Garibaldi, dal pallore del viso, ebbe un triste presentimento: le tastò il polso... più non batteva!
Nello smarrimento della sventura, con l'angoscia nel cuore, era pur imperioso pensare al salvataggio di sé e delle persone che l'ospitavano. Fu ben triste non poter