Rassegna storica del Risorgimento
1848-1849 ; GARIBALDI GIUSEPPE
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1941
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G. Patumbo Cordella
di cure. Subito provvide a far scomparire le tracce e togliere anche nel vetturino ogni sospetto sui due viaggiatori. Il cameriere dello stabilimento però riconobbe Garibaldi ed al Martini, che affermava esaere due negozianti di cavalli che andavano a Bruciano, l'altro insisteva affermando di aver servito Garibaldi a Nizza.
Il Martini mentre introdusse i due profughi in luogo appartato, con abile stratagemma, provvide a far credere ch'erano al tocco partiti alla fiera del vicino paese di Bruciano. L'indomani di buon mattino il Martini si recò dal signor Michele Bicocchi, ricco proprietario della vicina frazione di S. Ippolito, pensando ch'egli potesse dare asilo, aiuto e consiglio.
D Bicocchi rifiutò l'asilo, ma offri senza Unii ti tutti i mezzi necessari e diede il consiglio di rivolgersi a Camillo Serafini di San Dalmazio, piccola frazione di Pomarance' e ad Angiolo Guelfi di Scarlino, grossa frazione di Gavorrano. L'uno avrebbe dato sicuro asilo, l'altro saputo provvedere la via di salvezza verso la Maremma. Consigliò spedire un espresso al Serafini e si offrì di parlarne quel giorno stesso al Guelfi, che sapeva dovesse recarsi alla fiera della prossima località del ponte di ferro.
Così fu fatto. Il Bicocchi trovò entrambi alla fiera e subito li mise al corrente della impresa, ma non fece il nome dei profughi.
Si stabilì che il Guelfi avrebbe atteso a San Dalmazio mentre il Serafini sarebbe accorso al Morbo. Vi giunse infatti due ore dopo mezzanotte, e subito introdotto ove stavano i profughi riconobbe subito Garibaldi per averlo veduto a Livorno quando, nell'ottobre, coi suoi sbarcò dal bastimento che doveva condurli in Sicilia. Comprese il Serafini e con franchezza gli disse: Generale, disponete di me. Garibaldi comprese dal tono e dall'atteggiamento di potere avere piena fiducia e abbracciandolo rispose: Portateci al mare, e presto e saremo salvi.
Difficile era l'impresa perchè Garibaldi era attivamente e ardentemente ricercato. Tutte le vie di terra erano battute da gendarmi e soldati, guardate le frontiere, legni austriaci stavano in crociera nell'Adriatico, solo il Tirreno poteva offrire una via di scampo. Occorreva affrettarsi, lo intuiva il Generale. E infatti la crociera fu messa, ma Garibaldi da tre giorni era già felicemente in salvo.
Brevi furono gli accordi. Serafini sarebbe tornato a S. Dalmazio per informare Angelo Guelfi; sarebbe ritornato a sera per condurre i profughi a casa sua. Il Guelfi, ardente e provato patriota, accolse con entusiasmo, pur non dissimulandosene i pericoli, la grave impresa.
Il Serafini predispose minutamente con studiata precauzione il modo di fare entrare segretamente i profughi nella sua casa ed evitare ogni contatto con i familiari.
Ritornò alle 9 di sera il Serafini guidando il suo barroccio al Morbo e ne usci poco dopo coi profughi. Diede a ciascuno un fucile da caccia e salirono sul veicolo e si fermarono alla località Croce della Bulera, ove allora giungeva la rotabile provinciale e fecero a piedi i tre chilometri per arrivare a San Dalmazio. Vi giunsero a notte fatta. L'unica strada principale era deserta e inosservati pervennero alla casa Serafini, posta all'estremo del paese; aveva tre ingressi. Il proprietario entrò da uno e introdusse gli ospiti, dall'ingresso principale, nel salotto.
Di Angiolo Guelfi, il Serafini aveva parlato col Generale descrivendone il carattere, esaltandone il coraggio, il disinteresse, il patriottismo, lo relazioni e l'autorità presso i liberali di Maremma.
Appena il Generale lo vide, l'abbracciò dicendogli: vengo con voi. Ma il Guelfi gli spiegò che egli era molto sorvegliato dalla polizia e pericoloso perciò viaggiare con lui. Discorrendo sulla via e il mezzo di salvezza, si convenne nella ricerca di una barca