Rassegna storica del Risorgimento

1848-1849 ; GARIBALDI GIUSEPPE
anno <1941>   pagina <539>
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Reminiscenze dell'epopea garibaldina 1848-49 539
La sera del 1 settembre, un espresso dei fratelli Lupini diretto a Girolamo Mar­tini informava essere tutto pronto e nella stessa notte sarebbero impostati lungo la via i mezzi di trasporto. Angiolo Guelfi soddisfatto dell'opera sua volle informarne personalmente il Generale e disse pubblicamente che chiamato da urgenti affari a Pisa si recava a San Dalmazio per approfittare dei cavalli dell'amico Serafini. Corse subito a San Dalmazio a recare la lieta notizia e si presentò a Garibaldi pronunziando Venezia, che lo stesso Generale aveva suggerito come parola di riconoscimento fra tutti coloro che avrebbero partecipato all'impresa.
Garibaldi rimasto solo con Guelfi, lo abbracciò e baciò con effusione a dimostra­zione della sua gratitudine, tolse dal tergo un pugnale che teneva sempre addosso in America e in Roma e porgendoglielo gli disse:prendete, capitano, questo stile che mi rammenta tante cose e mi auguro che in tempi per la patria migliori mi possa essere riportato da vostro figlio* al quale mostrerò di essere sempre memore dell'aiuto ricevuto da voi e dai valorosi maremmani.
Camillo Serafini affrettò i preparativi della partenza: la prontezza nell'egire, era fattore di salvezza. Fece apprestare tre suoi cavalli da sella e ad allontanare il sospetto diede opportune disposizioni di portarli ad un crocevia per attendervi gli amici e, se dopo un dato tempo non fossero giunti, legassero i cavalli e venissero ad avvertirlo; quando vennero disse che sarebbe andato egli stesso ad incontrarli. Diede a Garibaldi e Leggero fucili da caccia e insieme con Guelfi scesero la scaletta che porta all'uscita segreta. Qui Guelfi si accomiatò con commosse e augurali espressioni e prese la via di Pisa.
Brano le 9 di sera. Gli esuli e Serafini raggiunsero le cavalcature e si incammi­narono al trotto per la via di Castelnuo vo e traversarono velocemente la strada princi­pale, a quell'ora deserta, per raggiungere, nei pressi del minino di Bruciano, il barroc­cio ch'era convenuto Girolamo Martini vi avrebbe fatto trovare. Ivi giunti trovarono lo stesso Martini, il.quale giudicò più prudente assolvere da se la bisogna. A vederlo il Generale esclamò: Come, voi stesso, volete accompagnarci? Io stesso Generale rispose il Martini.
Qui ebbe luogo il commiato con Camillo Serafini, sorprendente per previdenza, per sentimento, per generosità di animo, ma lo sostituì il Martini che lo eguagliava. Egli diede a ciascuno dei profughi un fucile da caccia e li fece sabre sul suo barroccino, stando egli in mezzo ai due per guidare il cavallo. S'incamminarono su la via di Massa Marittima e verso mezzanotte raggiunsero la casa detta le malcnotte, nel cui atti­guo boschetto attendevano Riccardo Lupini e Biagio Serri; all'altro lato della città, nel piano di Schiantapetto stavano appostati ad attendere l'altro fratello Lapini. Giulio, con Domenico Verzura che forni una vettura. Si fermò il barroccino e il Martini gridò Venezia e fu risposto: Venezia.
Gli uni vennero incontro agli altri. Martini disse al Generale: siamo in braccio agli amici e furono scambiati i saluti con i patriotti di Massa.
Il commiato di Camillo Martini e di Garibaldi e Leggero avvenne con espressioni augurali e di riconoscenza dall'una e dall'altra parte. Indi i profughi, guidati e accom­pagnati dai due bravi massctani, si avviarono sveltamente, lasciando la rotabile, per vie di campagna e, girando al largo la citta, pervennero al piano di Sohiantapetto, ove trovarono l'altro Lapini e Venera appostati con due barroccini. La parola convenuta lanciata a distanza li fece riconoscere. Montati sui veicoli si incamminarono per la via maestra ove incontrarono una pattuglia di gendarmi appiedati, che conoscendo i Lapini li salutarono, credendo la comitiva cacciatori che scendevano al piano, essendo