Rassegna storica del Risorgimento

1848-1849 ; GARIBALDI GIUSEPPE
anno <1941>   pagina <560>
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560 Libri e periodici
e di ordine, cioè una classe ligia al Governo, inerte e supina, che ignorasse il moto delle idee, e a cui fosse impedito ogni lievito al libero pensare. I metodi seguiti ne sono la più sicura testimonianza. Infatti (e lo afferma l'A. stesso) in quelle scuole al latino e al greco si dava maggiore importanza che all'i taliano (Dante,per esempio, era quasi del tutto ignorato) e del latino e greco però si curava più la parte formale, e potremo dire esteriore, che non quanto costituiva essenza intima dei classici (p. 63); si dava uno scarso senso storico e filologico della letteratura, suscitando un entusiasmo affatto cri­tico per il mondo classico (p. 95); l'erudizione era ricavata assai parcamente dallo studio delle costumanze dei popoli e delle loro vicende attraverso i tempi; gli esercizi più indicati consistevano essenzialmente nell'imitazione di brani di poeti e di oratori, noli estrarne frasi, neH'adattare le figure retoriche a determinati argomenti o nel metterne in rilievo le doti d'invenzione, disposizione ed elocuzione e cosi via: nulla insomma che servisse a ritemprare il carattere e a sommovere quella potenza fecon­datrice, di cui parla il Capponi, senza la quale non è concepibile nessuna educazione veramente attiva e profonda.
Su un altro punto dissentiamo dal Carucci. Egli, che non perde mai di vista, nel suo lavoro, il panorama generale (ed è un pregio codesto che gli riconosciamo volentieri), toccando dell'opera svolta dalla Casa dei Borboni per il decoro e la sicurezza dello Stato, per il benessere e perla prosperità del popolo, opera che, a suo avviso, attesta grandezza di vedute che trova pochi riscontri nei più felici periodi della vita italiana (p. 166), ai meraviglia che essa sia stata giudicata sinora con spirito di parte, in base ad idee preconcette, e segnatamente tenendo conto quasi soltanto degli eccessi commessi nelle repressioni, le quali, rese talvolta necessarie perchè non fosse scosso il principio dell'autorità dello Stato , altro valore non hanno che quello delle ombre nei quadri ricchi di luce (p. 168). Non si nega che la critica non sia stata sempre serena nella valutazione di qualche merito reale dei Borboni, ma si deve pure ammettere, per amor del vero, che appunto gli eccessi, tutt'altro che lievi, che essi usarono, e non sempre opportunamente, non furono i mezzi più acconci per cattivarsi la simpatia degli studiosi.
D'altra parte la questione è già stata impostata con un giudizio equo ed equili­brato dallo stesso Schipa, che l'A. cita più volte in appoggio ad alcune sue asserzioni. In un breve scritto, premesso alla, raccolta degli atti del Parlamento delle Due Sicilie, edita a cura di Egildo Gentile, 1* illustre storico pugliese fa risalire almeno al 1500 la ragione del malanimo che destò sempre contro di sé il governo straniero; cioè da quando Napoli perdette del tutto la sua indipendenza. Da quell'epoca s'inizia quella sorda agi­tazione, specialmente delle classi più elevate, che più o meno larvata, più o meno intensa, alimentata dalla politica poco avveduta della dinastia borbonica, non ebbe più quiete, eccetto qualche breve parentesi durante il regno di Carlo HI e il periodo della monarchia riformatrice, finché le trisecolari aspirazioni del Mezzogiorno, nella visione a mano a mano più ampia di una Italia libera ed unita, non furono giustamente appagate.
Ad ogni modo, ad onta delle manchevolezze riscontrate, la fatica del Carucci non è del tutto vana. I molti dati esteriori ch'egli offre sulle varie riforme didattiche tentate a più riprese nel Rea) Liceo di Salerno, e particolarmente nella facoltà universitaria annessa al Liceo stesso, contribuiscono a fermare l'attenzione, più che non si sia fatto sinora, sul movimento degli studi, durante il periodo della rinascita nazionale, in un centro in cui il problema educativo, tra impulsi e reazioni, ebbe vicende meritevoli di un esame seriamente approfondito. MARINO CIRAVEGNA
ORESTE LO VALVO (OLEANDRO), L'ultima Ottocento palermitano; Palermo, Industrie Riunite Editoriali Siciliane, 1937XV, pp. 500. Lire 16.
Il libro, scritto più con il cuore commosso per gli antichi ricordi che con il rigore freddo dell'osservatore e dello storico, vuol rievocare sommariamente, attraverso un insieme di descrizioni, di scene e di racconti, gli usi, i costumi, i sentimenti palermitani