Rassegna storica del Risorgimento

1843-1844 ; DIPLOMAZIA ; FRANCIA ; TUNISI
anno <1941>   pagina <626>
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626 Eugenio Passamonti
ritenersi, in un tempo non troppo lontano, danneggiati dalla attività della Francia, se non fosse stato possibile ostacolarla, ed addirittura impedirla nel suo progressivo sviluppo.
Ed è facile comprendere che un siffatto stato di cose dovesse riflet­tersi sulla politica africana della monarchia orleanista. Se nell'Algeria, il regno di Sardegna non aveva una florida colonia e nessun imbarazzo poteva sorgere da parte sua contro la conquista francese di onesta regione, nella Tunisia gli Italiani, e specialmente i sudditi di Carlo Alberto, avevano una preponderanza sulle altre nazionalità europee, di nomini e di mezzi. Ripresa, nello spazio di appena vent'anni, quella posizione privilegiata che vi avevano acquisita, secoli addietro, i Pisani e i Genovesi, essi avevano accresciuto, in poco tempo, il loro numero e la loro potenza. Molta parte del movimento commerciale tunisino era in mano italiana, precipuamente ligure: forti i capitali di cui potè vasi da' nostri connazionali disporre: largo il credito di cui godevano per la sapienza civile, che è caratteristica del nostro popolo a contatto con gente d'oltremare. Era divenuta così sensibile la presenza nostra nel campo economico tunisino, da destare la preoccupazione delle stesse personalità indigene, che non volevano cedere alla energia de' liguri: il divieto contro la esportazione de' grani ne era stato manifestazione evidente. Ed il Governo di Luigi Filippo, che non poteva toccare, per il momento, la Tunisia, ma non voleva che altri ve lo soppiantasse, come il cane del La Fontaine, si era gravemente impensierito della pre­senza de* consoli e de' sudditi sardi, sia per la posizione che si erano acquistata, sia per il seguito che avevano nella stessa corte beycale. La quale, se in un senso sapeva utilizzare a suo vantaggio la gelosia di Parigi, e, giuocando tra Francia e Regno Unito, ne traeva la sicurezza della propria libertà, contro chi più essa temeva, cioè, l'impero otto­mano, sentiva, però, il peso di tanta vigilanza, e le sue simpatie andavano per i consoli sabaudi che non la turbavano nelle sue aspirazioni, rispet­tando la sua autorità e richiedendo, solo, in compenso, tutela ed osser­vanza dei patti stabiliti fra i loro paesi. La esperienza aveva ammonito Ahmed che Torino non voleva conquistare le sue terre, ma non tollerava soprusi di sorta. E quando aveva cercato di sfuggire agli impegni pat­tuiti, era stato richiamato a dovere: il che altro non aveva servito che a consolidare la stima generale verso i rappresentanti del Piemonte.
Ma questo alla Francia non garbava. Essa sapeva che le conquiste più durature non sono quelle delle armi, ma quelle del lavoro e della giustizia. E la colonia italiana si era venuta consolidando con un tale savio procedimento, che diminuiva a Parigi le possibilità di un'eventuale